venerdì 18 dicembre 2009

Delitto Sacco, una Ferrari come esca


Una Ferrari in regalo come esca per spingere Gennaro Sacco a esporsi.
E così avvenne: il ras di San Pietro a Patierno, ucciso lo scorso 24 novembre
insieme al figlio Carmine, rifiutò l’omaggio di Salvatore Liberti,
legato ai Licciardi; anzi, come risposta lo minacciò di morte. «Voglio ucciderti,
come ho fatto con Carmine Grimaldi». Confermando ciò che gli
ex amici evidentemente sospettavano e di cui volevano avere certezza.
L’inedito racconto è di Angelo Ferrara, pentito di origini casertane e in
ottimi rapporti, fino a quando non è passato con lo Stato, con i Mariano
dei Quartieri Spagnoli e i Moccia di Afragola. Oltre a descrivere alcuni
personaggi di malavita di Secondigliano legati prima ai Licciardi e poi
ai Sacco-Bocchetti, come i fratelli Feldi detti “Tufano”, il 16 dicembre
2008 il collaboratore di giustizia raccontò ai pm antimafia la sua verità
sull’omicidio di Carmine Grimaldi: “Bombolone” per gli amici di camorra,
responsabile per conto del clan della Masseria Cardone della piazza
di spaccio di San Pietro a Patierno. Un delitto che segnò una svolta, sostennero
subito gli investigatori, perché cambiò gli equilibri malavitosi
nella zona. Ecco alcuni passaggi delle sue dichiarazioni, con la consueta
premessa che le persone tirate in ballo devono essere ritenute estranee
ai fatti narrati fino a prova contraria. Precisazione ancora più importante
in questo caso perché l’accusato non può più difendersi.
«Posso riferire circostanze in ordine all’omicidio di Carmine Grimaldi, il
cui mandante è stato Gennaro Sacco. Voglio precisare che dopo questo
omicidio il “Sasariello” (soprannome di Salvatore Liberti, legato ai Licciardi,
ndr) voleva regalare a Gennaro Sacco una Ferrari nuova e il Sacco
gliela restituì dicendo che lui voleva uccidere “Sasariello”, come aveva
già fatto con Carmine Grimaldi e ciò perché “si erano mangiati i soldi
suoi”: così disse».
Angelo Ferrara, nel corso dello stesso interrogatorio, parlò anche della risposta
del clan Licciardi. «Dopo l’omicidio di Carmine Grimaldi, i Licciardi
fecero uccidere a Capodichino (precisamente di fronte all’”autoscala”) la
persona che materialmente aveva consumato l’omicidio di Grimaldi,
che si trovava all’interno di una Smart. Quando è successo, io mi trovavo
insieme a Marco Mariano, figlio di Ciro Mariano, e siamo arrivati sul
luogo pochi minuti dopo. Successivamente mi sono recato a casa della
mamma di Marco Mariano, la quale scoppiò a piangere quando seppe
la notizia in quanto il morto era originario dei Quartieri Spagnoli. Io ho
saputo del botta e risposta da una persona che partecipava alle riunioni
con i Licciardi per la fornitura di droga».
Di Angelo Ferrara come pentito si è scritto pochissimo, al punto che in
pochi lo conoscono tra i lettori di cronaca nera e giudiziaria. Le sue dichiarazioni
compaiono nel decreto di fermo, poi tramutato in ordinanza
di custodia cautelare, a carico di 13 presunti affiliati al clan Sacco-Bocchetti.
Tra essi ci sono Ciro Bocchetti (fratello di Gaetano detto “Nanà”),
Costanzo Apice (diventato famoso per il video dell’omicidio di Mariano
Bacioterracino, nel rione Sanità) e i Feldi. Unico latitante dell’inchiesta
è Antonio Zaccaro.

venerdì 11 dicembre 2009

Raid armato nell’ex regno dei Sarno


Un raid secondo i più classici metodi camorristici: le motociclette, le urla,
le minacce, le armi in pugno. L’altro ieri sera circa dieci uomini, più o
meno giovani, sarebbero entrati in azione nel rione De Gasperi a Ponticelli
per lanciare un messaggio sinistro al nuovo clan Sarno. E secondo
gli investigatori di polizia e carabinieri, che hanno raccolto fonti confidenziali
e stanno cercando i riscontri, gli autori della scorribanda sarebbero
malviventi legati alla camorra di Barra e del Lotto 0 di Ponticelli, i quali
avrebbero preso di mira anche alcune donne ma senza ferire o picchiare
nessuno. Ecco perché le indagini sull’episodio si starebbero indirizzando
verso ambienti dei Minichini, dei Cuccaro e dei De Luca Bossa.
Dunque, dopo l’omicidio di Salvatore Tarantino, nel rione De Gasperi è di
nuovo salita la tensione. Non poteva essere diversamente, del resto, dopo
il terremoto giudiziario che ha sconvolto la camorra del quartiere. Prima
il pentimento del ras Giuseppe Sarno “’o mussillo”, poi quello dei fratelli
Ciro “’o sindaco”, il boss storico del clan, e Vincenzo detto “Enzuccio”,
l’astro nascente che aveva tessuto alleanze in tutta Napoli e conquistato
Cercola. È evidente che il gruppo di mala, anche se assolutamente
non è scomparso, si è indebolito. Colui che aveva preso le redini
in mano, Tarantino, è stato ammazzato e così il quadro è diventato ancora
più confuso. Nelle mappe sulla camorra di Ponticelli la scritta a caratteri
grandi “clan Sarno-Esposito-Tarantino” è durata poco. Era una modifica
nel titolo che sintetizzava gli sconvolgimenti accaduti in seno al clan
in seguito ai clamorosi pentimenti degli ultimi mesi, ma che sottolineava
al tempo stesso come il gruppo non sia affatto scomparso. Circostanza
ancora oggi confermata dagli investigatori di carabinieri e polizia.
Dato per finito anzitempo, il clan Sarno si sarebbe ripreso dalle batoste
giudiziarie e anche i nuovi reggenti avrebbero avuto già la nomina. Ma
nonostante ciò, a Ponticelli si registra un notevole fermento. Se è vero
che nessuno dei fratelli boss (tra i non pentiti) al momento è libero, non
per questo un’organizzazione molto ramificata e articolata da un giorno
all’altro poteva sciogliersi come neve al sole. Ecco perché l’attenzione
degli investigatori nei confronti dei “ponticellari” non si è attenuata.
Salvatore Tarantino è stato ammazzato mentre stava partecipando in via
Cleopatra, nel Lotto 0, bunker dei De Luca Bossa, a un incontro chiarificatore.
Dopo un'accesa discussione con alcuni personaggi della zona,
che non sono stati ancora identificati, l’assassino ha estratto una pistola
calibro 7,65 e ha fatto fuoco da distanza ravvicinata per ben otto volte
contro la vittima che cercava di mettersi in salvo. Tre le pallottole costate
le vita al reggente del nuovo clan Sarno (o di una parte di esso) alla testa
(tra lo zigomo e l'occhio sinistro), al fianco destro e all'avambraccio
destro.

mercoledì 9 dicembre 2009

LORENZO NUVOLETTA,IL MAFIOSO DI MARANO




Palermo,aprile 1980.E' questo chi e'?e la domanda che il giudice PAOLO BORSELLINO rivolge al capitano dei carabinieri EMANUELE BASILE dopo che l'ufficiale gli ha appena mostrato una foto sequestrata nell'abitazione dei di carlo,uomini d'onore di altofonte,L'immagine scattata forse durante una festa,ritrae personaggi noti sia a borsellino che a basile:ci sono i fratelli ANDREA e GIULIO DI CARLO,ANTONIO GIOE' E GIACOMO RIINA(zio di toto'riina).E poi c'e' un signore dalla faccia sconosciuta,ha l'aria distinta e i capelli brizzolati.Giudice non lo so replica l'ufficiale al magistrato.Passera' del tempo prima di dare un nome al mister x immortalato insieme alla allegra compagnia dei capi mafiosi piu' spietati e piu' potenti del sud italia.Si scoprira',poi,che quel signore distinto e brizzolato e' LORENZO NUVOLETTA,un imprenditore di marano,un comune a nord di napoli.E' in quella foto non e' assolutamente un intruso,anzi.Nuvoletta infatti e' l'ambasciatore della mafia in campania,l'uomo di fiducia di MICHELE GRECO detto il papa,il capo dei capi di cosa nostra.E' proprio per l'appartenenza a cosa nostra,LORENZO NUVOLETTA,sara' inattaccabile e per un certo periodo di tempo fara' da arbitro in tutta la campania nello scontro tra la nuova famiglia di CARMINE ALFIERI e la nuova camorra di RAFFAELE CUTOLO,tutti volenti o nolenti si piegheranno al suo potere.La sua notorieta' e' sempre stata inverosibilmente proporzionale alla reale capacita' di incidere sulle vicende dei clan napoletani,si potrebbe dire che don lorenzo e' stato un precursore della tenica dell'inabbissamento.E' l'invisibilita' e' stata una tecnica che ha consentito adon lorenzo insieme ai fratelli ANGELO NUVOLETTA e CIRO NUVOLETTA,un business enorme,un fiume di denari senza eguali in tutta la campania.Don lorenzo e la mafia si incontrano intorno al 1979,quando in tutta la campania il mercato di bionde veniva gestito da uomini d'onore di cosa nostra,infatti una buona fetta di mercato era gestita da MICHELE ZAZA nonno degli attuali capocamorra della famiglia mazzarella,era lui il referente di cosa nostra in campania,ma quando gli uomini d'onore conobbero don lorenzo,capirono che per intelligenza e stile di vita era l'uomo adatto da affiliare a cosa nostra facendolo diventare un eminenza grigia per tutti i gruppi criminali della campania.Basti pensare che nell'arco di pochissimo tempo diventa socio di personaggi legati a cosa nostra del calibro di TOMMASO BUSCETTA, GERLANDO ALBERTI E LUCIANO LIGGIO il temuto boss di crleone.Astuto silenzioso e decisionista il mafioso di marano ci mette poco a guadagnarsi la stima di tutta cosa nostra,e che in sicilia lo considerino affidabilissimo(al contrario di MICHELE ZAZA il cui comportamento viene ritenuto discutibile),lo dimostrano le frequentazioni con boss come toto' riina leoluca bagarella e brusca il super killer d cosa nostra.E proprio la tenuta di poggio vallesana diventa una seconda casa per i mafiosi,infatti qui' avvengono parecchie cerimonie per affiliare altri uomini e trasformarli in uomini d'onore,GASPARE MUTOLO ebbe l'investitura di uomo d'onore proprio a poggio vallesana,in casa dei nuvoletta,e quando molti anni dopo decidera' di passare dalla parte dello stato dira' a proposito dei nuvoletta che proprio a poggio vallesana era solito incontrare il padrino latitante TOTO' RIINA steso beatamente al sole benche' latitante,i nuvoletta hanno investiture iportanti a livello politico,nessuno si sogna di disturbare ne carabinieri ne polizia.Ma andiamo con ordine,gli investigatori avevano intuito che don lorenzo insieme ai frtelli avesse amicizie se non di piu' con uomini legati alla mafia,e dopo un lungo calvario burocratico riescono ad avere l'ordine per portare a termine un bliz proprio nella tenuta di poggio vallesana,la sorpresa e' enorme quando arrestano SARO RICCOBONO uomo temibile e tenuto in grande considerazione da cosa nostra,poggio vallesana cosi'diventa scoprono gli investigatori punto di riferimento e luogo tranquillo per latitanti e uomoni d'onore.Con il passare del tempo marano diventa piu' una seconda sicilia,dove avvengono diversi summit tra mafiosi e camorristi,come quello tenutosi nel 1974 per spartirsi le zone di influenza del mercato dei tabacchi lavorati esteri,partecipano uomini del calibro di(STEFANO BONTADE,PIPPO CALO',TOTO' RIINA,BERNANDO BRUSCA,LEOLUCA BAGARELLA,i fratelli GIUSEPPE E ANTONIO CALDERONE,GIOVANNI PULLARA',e infine per la camorra i fratelli SALVATORE E MICHELE ZAZA)un vertice,un gotha di tutta cosa nostra con solo sei camorristi,i loro referenti in campania primo tra tutti don lorenzo.Nel 1975 la mamma di do lorenzo MARIA ORLANDO insieme a unazia del boss ANTONIETTA DI COSTANZO entrano a far parte della societa' stella d'oriente,una societa' che ha come oggeto la commercializzazione del pesce congelato,ma che per inquirenti e magistrati serve a riciclare un fiume di denaro sporco.I soci sono tutti legati a cosa nostra,e in particolare al clan dei corleonesi,ci sono il boss MARIANO E GIOVANBATTISTA AGATE padroni assoluti di marzara del vallo,poi c'e' VITO MAGGIO cognato di toto' riina,ma la prova assoluta dell'esistenza di un organizzazione che agisce tra napoli e palermo salta fuori nel 1978 quando in casa di don lorenzo vengono sequestrati documenti molto importanti e riconducibili a molte famiglie malavitose della sicilia,poi una piccola agenda zeppa di numeri di telefono di moltissimi uomini d'onore,piu' alcune lettere che confermerebbero l'amicizia e il legame che unisce la famiglia nuvoletta a cosa nostra.Il primo pentito che indica don lorenzo come referente di cosa nostra in campania e il boss siciliano GIUSEPPE DI CRISTINA,si presenta dai carabinieri quando apisce che vogliono farlo fuori,e tra le tante cose che racconta di uomini d'onore c'e' pure don lorenzo che secondo di cristina gestisce un enorme azienda agricola per luciano liggio che in realta' non e' altra che una vera e propria raffineria di cocaina e eroina.Purtroppo il boss di rieti non ha il tempo per confermare queste sue dichiarazioni in un aula di tribunale,lo fanno fuori in una squallida periferia di palermo crivellato di colpi,in tasca gli investigatori gli trovano assegni per un totale di diversi miliardi,riconducibili ad una filiale napoletana.Nel 1980 sbuca fuori la foto scattata ad altofonte,a casa dei de carlo,quella foto enigmatica che passao' trale mani del giudice PAOLO BORSELLINO e del capitano dell'arma basile.I nuvoletta pero' si comportarono come se niente fosse,come se nessuno potesse toccarli,del resto la mamma di don lorenzo fornisce addirittura la caserma militare di caserta,di prodotti ortofrutticoli e di polli.L'ente militare all'inizio chiede all'arma di indagare sulla onoricita' di questa azienda,e l'arma spiazza via ogni dubbio stilando un rapporti in cui dice che la orlando in pubblico gode di buona stima,buona rispettabilita' sociale e commerciale.Il prestigio della famiglia nuvoletta sono universalmente riconosciuti,tant'e' che,all'armato dell'apparizione sulla scena di RAFFAELE CUTOLO,il futuro capo della nuova famiglia CARMIBNE ALFIERI si rifugia a poggio vallesana,raccontera' da pentito,(io e mio fratello fummo costretti a cercare la protezione di una delle due famiglie mafiose allora esistenti,quella dei zaza legati a riccobono e quella dei nuvoletta legati ai corleonesi).A cutolopero' non importa di quale investitura dispongono i suoi nemici,difatti ad alfieri fara' ammazzare il fratello salvatore mentre a galasso il fratello nino,oltre al fratello del nemico piu' audace e piu' temibile MARIO FABBROCINO a cui fara' ammazzare il fratello.E proprio durante la faida tra la nuova famiglia di alfieri e la nuova camorra di cutolo che molti affiliati si lamentano dello scarso impegno da parte della famiglia nuvoletta di attaccare frontalmente il cutolo,difatti nuvoletta secondo alfieri e galasso nelle loro rivelazioni da pentiti diranno che don lorenza era troppo ambiguo,si comportava piu' da politico che da mafioso,aspettava chi avrebbe vinto la guerra per saltare sul carro del vincitore.Ad ogni modo don lorenzo agli inizi degli anni 80 viene chiamato a svolgere un ruolo da paciere nella guerra che il professore aveva scatenato contro tutti i clan della campania contrari alla ascesa del cutolo.Nuvoletta continua a mantenere un atteggiamento ambiguo,da l'impressione di non volersi inimicare con i cutoliani,un atteggiamento che fara' inimicare e deteriorare i rapporti con il loro killer e uomo piu' vicina alla famiglia,ANTONIO BARDELLINO che insiste ad usare la linea dura contro i cutoliani.Nell'estate del 1981 viene tenuta un assemblea di almeno un centinaio di camorristi piu' altre centinaia di mafiosi,tutti rigorosamente armati e tra loro diversi latitanti di vario calibro,nuvoletta aveva assicurato tutti che per gli appoggi politici di cui disponeva nessuno li avrebbe disturbati,anzi c'erano anche una decina di pattuglie di polizia a fare da guardia alla tenuta di poggio vallesana.Nonostante si dimostri ambiguo e inaffidabile nessuno si sogna di inimicarsi con don lorenzo,tutti sanno che oltre a essere amico e affiliato dei corleonesi il gotha della mafia siciliana sanno infatti che gode di coperture politiche di alto livello.La pax di pace tra cutoliani e anticutoliani viene firmata alla presenza e grazie a don lorenzo nuvoletta insieme ai corleonesi,ma dura pochissimo al punto da far comprendere al gruppo anticutoliano che don lorenzo pende piu' dalla parte di cutolo che dalla loro.Il piu' ostile e il piu' intrapendente e proprio l'uomo di punta dei nuvoletta,ANTONIO BARDELLINO,non sopporta piu' l'ambigua figura della famiglia nuvoletta e insieme ad alfieri galasso e moccia e pronto a dar filo da torcere a don lorenzo.Cosi' con bardellino che appare il piu' risoluto e avvelenato di tutti discutono del fatto che i nuvoletta a loro parere anno favorito ad alcuni agguati costati la vita ai loro amici e parenti,cosi' decidono di punirli.La guerra tra cutoliani e nuova famiglia e quasi finita,grazie al presidente della repubblica SANDRO PERTINI che si dice indignato di come viene favorito e di come gode di privilegi in carcere il capo della n.c.o. RAFFAELE CUTOLO,firma un decreto che ordini la immediata traduzione del boss nel carcere sardo dell'asinara,in ragime di isolamento totale,e grazie a questo isolamento che trae cutolo in difficolta' nel senso che non riesce piu' ad impartire ordini ai propri affiliati la nuova famiglia si da da fare per sferrare il colpo mortale all'organizzazione cutoliana.Cosi' tramonta il mito cutolo,siamo nel 1984 nel mese piu' caldo di quall'anno giugno,e di domenica e a poggio vallesana nella tenuta dei nuvoletta e' in atto una riunione importantissima degli uomini di maggiore spessore della famiglia,tra cui il mafioso di torre annunziata VALENTINO GIONTA e altri capi camorra.Fuori alla tenuta ci sono quattro automobili con una quindicina di uomini che aspettano l'ordine del loro capo ANTONIO BARDELLINO per muoversi.Si aiutano tra di loro ad indossare parrucche e baffi finti,nella tenuta don lorenzo sa sentenziando il fulcro del suo discorso,quando ANTONIO BARDELLINO fa un cenno,si scatena l'inferno,irrompono nella tenuta sparando all'impazzata,riescono a scappare tutti gli occupanti tranne il piu' temuto killer e intrapendente fratello dei nuvoletta,CIRO,che succede,il boss corre,si dimena chiede aiuto grida con tutto il fiato che ha nei polmoni,la morte la guarda dritta negli occhi,bardellino lo raggiunge e con una lupara mette fine alla giovane esistenza del boss accompagnando l'impulso omicidio con queste parole,(iette o'sang puzzolent).I nuvoletta vengono colpiti a morte nell'orgoglio,nella loro forza,i clan AFIERI e quello dei casalesi anno assestato un colpo mortale al prestigio dei nuvoletta che tutt'avia non limita e ne indebolisce la ferocia e la diplomatica risposta dei nuvoletta.C'e' chi dice che con la scomparsa di ANTONIO BARDELLINO i nuvoletta centrano eccome,comunque nella tarda primavera del 1985 viene arrestato proprio a marano il loro piu' fidato e prezioso alleato,VALENTINO GIONTA,il capo indiscusso di torre annunziata.Si trovava a marano proprio coperto dalla famiglia nuvoletta,che aveva assicurato il gionta che nella loro terra a marano nessuno lo avrebbe arrestato,ma i carabinieri mettono fine alla lunga latitanza del boss torrese.E' proprio l'arresto di VALENTINO GIONTA si intreccia con l'assasinio del giovane cronista del mattino GIANCARLO SIANI,che in un suo articolo ipotizza che il boss di torre annunziata fosse stato sacrificato dai nuvoletta e fatto arrestare per siglare la pace con i clan in guerra contro i nuvoletta e in particolare con i casalesi.La firma in calce dell'aricolo del corrispondente di torre annunziata GIANCARLO SIANI che non si e' reso conto che con quell'articolo ha firmato la sua condanna a morte.Per aver dato dell'infame a don lorenzo nuvoletta siani verra' ucciso tre mesi dopo,mentre sta parcheggiando la sua auto a piazza leonardo al vomero,aveva compiuto 27 anni da quattro giorni.Raccontera' il pentito SALVATORE MIGLIORINO che l'ordine di ammazzare il cronista era arrivato dai nuvoletta,e l'altro pentito che fu uno degli autori materiali del delitto FERDINANDO CATALDO,racconta che lorenzo nuvoletta era infuriato,a tal punto da prendere a calci e a pugni un giovane cane pastore tedesco che aveva comprato da poco per vigilare sulla tenuta di poggio vallesana.Era nervoso don lorenzo,non si dava pace,picchiava il cane e gridava(come noi infami,noi avremmo fatto arrestare VALENTINO GIONTA,quel bastardo con l'articolo ci ha buttato la calunnia addosso,deve morire,lo dovete ammazzare,subito non voglio repliche.Per l'assassinio del giornalista saranno condannati esecutori e mandanti tra cui il boss ANGELO NUVOLETTA alter ego del fratello lorenzo.Gli investigatori comunque si danno da fare e in poco tempo arrestano LORENZO NUVOLETTA,che si chiude in un silenzio cupo e angoscioso come solo i capi di cosa nostra sanno fare.Passa 7 anni in carcere,mantenendo sempre un comportamente dignitoso e mal disposto a collaborare con la giustizia.Gli ultimi processi rimangono indelebili e memorabili nel vedere il boss dei boss della camorra napoletana,l'uomo che aveva deciso il futuro e la morte di migliaia di persone di come si e' ridotto a causa di un cancro al fegato,non riesce neanche a parlare don lorenzo,neanche a dichiarare le sue generalita',steso su una barella con una decina tra infermieri e guardie attorno,altre volte su una sedia a rotelle che grida basta sto morendo non voglio rispondere fatemi morire a casa mia.In carcere il temperamento del boss vacilla,ne sa qualcosa PIETRO CHIAMBRETTI con il suo satirico tg zero,che intervista parenti e amici del boss,poi delle grida e il boss che sta per fare il suo rientro in aula su una sedia a rotelle,il conduttore chiambretti si para davanti e gli domanda se e' lui il boss della camorra lorenzo nuvoletta,la risposta del boss gela chiamretti,e lei vuole continuare ad essere chiambretti.Il boss nel frattempo incassa piu' ergastoli,e le sue disavventure giudiziari non si arrestano,ma il 16 febbraio del 1994 le sue condizioni di salute si aggravano,gli resta poco da vivere,i giudici gli concedono gli arresti domiciliari dando gesta di grande generosita',il boss infatti durante l'ultimo processo aveva dimostrato che gli restava poco da vivere,meno di un mese,aveva espresso la sua ultima volonta' di morire a casa sua.LORENZO NUVOLETTA si spegne il 7 aprile alle 8 di mattina,aveva 63 anni,per sua decisa volonta' aveva chiesto al fratello di dispensare di fiori il suo funerale,il questore di napoli firma un decreto che vieta le esequie del boss,cio' nonostante nella tenuta di poggio vallesana giungono migliaia di gente,tutti rigorosamente controllati dalle forze dell'ordine che presiedono la tenuta.Se ne va via l'ultimo vero capo camorra di napoli e provincia,per lui e per la sua volonta' i mafiosi avevano lasciato napoli ai napoletani senza perdere gli affetti e i contatti col boss.QUESTO POST PRENDE SPUNTO E IN PARTE COPIATO DAL LAVORO DI BRUNO DE STEFANO e del suo libro i boss della camorra.

lunedì 7 dicembre 2009

Boss lo tratta da schiavo: si suicida


Aveva accarezzato un sogno - un lavoro, una fidanzata, qualche amico - poi quando ha capito che il boss non gli avrebbe dato tregua è crollato. E si è tolto la vita, un suicidio che vale quanto il rifiuto di vivere da camorrista , anzi, da fiancheggiatore del sistema criminale creato da Carmine Sacco, il boss emergente ucciso a 28 anni assieme al padre Gennaro.

Una storia amara, quella di Pasquale Marra, pizzaiolo 35enne che da giovanissimo sognava di fare una sola cosa nella vita: impastare e farcire pizze davanti a un forno a legna, avere un po’ di tempo da dedicare alla fidanzata, semmai bere una birra al riparo da azioni criminali e retate di polizia.

Un sogno troppo grande qui tra Secondigliano e San Pietro a Patierno, terra bagnata da infinite faide e scissioni, che ha spinto un trentacinquenne a togliersi la vita in modo plateale: uccidendosi con la pistola che il boss gli aveva imposto di nascondere, contando sulla sua lontananza dai circuiti criminali che contano.

Una morte che non è passata inosservata, al punto tale da rendere necessaria l’apertura di un’inchiesta per istigazione al suicidio. Una storia amara, che emerge dagli atti del fermo spiccato due giorni fa dal procuratore aggiunto Sandro Pennasilico e dai pm anticamorra Stefania Castaldi e Barbara Sargenti, contro i vertici del clan Bocchetti. È la stessa indagine che fa chiarezza sul probabile movente dell’assassinio di Mariano Bacioterracino (11 maggio, quello del videochoc alla Sanità), ma anche del duplice omicidio di Gennaro e Carmine Sacco (24 novembre, San Pietro a Patierno), e che racconta oggi una vicenda diversa, scandita sempre e comunque da sofferenza e paura.

Sentimenti che spingono Pasquale Marra, il pizzaiolo, ad uccidersi con un colpo di pistola alla bocca. A leggere le carte della Dda, non è il gesto di uno squilibrato - è bene chiarirlo subito - ma un atto di liberazione dalla camorra. Un rifiuto, una liberazione. E ad accendere i riflettori sul suicidio di Pasquale Marra (il 28 maggio del 2005, aveva 35 anni), ci ha pensato di recente il pentito Carmine Sacco (solo omonimo del dispotico boss emergente ucciso assieme al padre).

Tanto che oggi, il nuovo collaboratore di giustizia ha provato a spiegare come fossero brutali padre e figlio, proprio ricordando il suicidio del pizzaiolo: «A Secondigliano lo sanno tutti, Pasquale si uccise perché non riusciva a farsi una vita propria, neppure ad uscire con la fidanzata. Carmine Sacco - aggiunge il pentito omonimo - gli aveva dato un posto di pizzaiolo nel suo ristorante di San Pietro a Patierno, ma pretendeva anche che stesse sempre a disposizione.

Per qualsiasi cosa: vuoi per custodire una pistola, vuoi per conservare una pacco di droga». Terrore e disperazione, hanno fatto il resto. Specie, quando il povero Pasquale Marra ha capito che da quel tunnel non sarebbe mai più uscito e che non avrebbe potuto sottrarsi del tutto alle richieste dell’emergente Carmine Sacco: «Si uccise proprio con la pistola che Carmine gli aveva imposto di custodire - aggiunge il pentito omonimo del 28enne ucciso -. A Secondigliano lo sanno tutti: in fondo, Pasquale voleva solo fare il pizzaiolo».

Un racconto che spiega tante cose, che mette a fuoco il temperamento del 28enne, ma anche la decisione della camorra di Secondigliano di uccidere padre e figlio: arrogante, violento, non ancora trentenne, faceva piazzate a tutti. Carmine Sacco non faceva girare i soldi del «sistema», ma comprava auto di lusso, viveva in una casa costosa e faceva la bella vita con moglie e figli: «E stressava tutti - spiega il nuovo pentito - fino al terrore e alla disperazione».

È la faccia peggiore di una camorra sempre più sanguinaria, anche a leggere la ricostruzione dei pm, che commentano ad esempio la decisione di Vincenzo Caiazzo (in cella due giorni fa) di convocare un intero nucleo familiare come punizione dopo un litigio tra ragazzi: «La sete di vendetta per un episodio di alcuno spessore - scrivono i pm - deve dispiegarsi non solo contro il giovane coinvolto, ma anche contro i genitori e i fratelli più piccoli. Vendetta che rimanda alla più classica e bieca iconografia dei boss, divenuta letteratura, di cui gli stessi camorristi si cibano, agendo contro gli inermi e onesti cittadini». Sono gli stessi «biechi modelli» che Pasquale Marra, il pizzaiolo, ha rifiutato togliendosi la vita.

Bacioterracino, i killer erano almeno due


Due sicari, forse addirittura
tre, uccisero a maggio scorso
Mariano Bacioterracino nel rione
Sanità (nella foto). Fermo restando
la presunzione d’innocenza fino a
un’eventuale condanna definitiva
per l’unico indagato finora, Costanzo
Apice, gli inquirenti desumono
che il nipote di Gennaro Sacco
abbia agito insieme ad almeno
un complice da un’intercettazione
ambientale compiuta dalla polizia
in un terraneo nella disponibilità di
Antonio Zaccaro detto “’o luongo”.
Era il 19 ottobre scorso e il luogo è
chiamato “Casarella”. Ecco, sull’argomento,
la conversazione integrale
tra Ciro Bocchetti detto “zio
Ciruzzo”, numero uno del gruppo
omonimo, e Zaccaro, esponente di
primo piano.
Bocchetti: «Ueh gli afragolesi…mi
credi? Ma non mi risulta che noi...
gli afragolesi.. abbiamo guadagnato
un euro...».
Zaccaro: «E le 70 lire?».
B. : «Che noi abbiamo guadagnato
un euro...».
Z.: «E le 70 lire che arrivarono?»
B. : «Quali 70 lire?».
Z.: «Eh…che ebbero 500 euro per
uno quei due».
B. : «Il fatto?».
Z. : «Quel fatto dei tre…».
B. : «Ci ha guadagnato 70 lire?».
Z. : «70mila euro e me lo ha detto
più di una persona…ha detto poi a
Costanzo e a quell’altra persona che
io glielo dissi voi siete due lote…».
B. : «500 euro».
Z. : «500 euro per uno… gli diede…
dissi io “Carminiello”, venimmo
da là che lui tutto quanto se ne
scappò dietro la pizzeria... stava la
sopra la casa… disse solo una cosa
questi stanno senza soldi tutti e
due… Devono avere 4-5000 euro…
levali da sopra i conti… falli riprendere
un poco, io me ne vado e
acchiappo Costanzo… Te li ha dati?
Tutto a posto? Dissi io: “se devo
cacciare qualcosa pure io… li caccio
pure io…” e gli ha dato 500 euro
per uno… tu sei un pezzo di merda
dissi io…».
B. : «Te li sei presi?».
Z. : «Ti sei preso 500 euro? Vale 500
euro? Quella è un’azione che vale
un milione di euro quella che abbiamo
fatto…».
Da questa e altre intercettazioni allegate
la procura antimafia e la
squadra mobile della questura sono
arrivati alla conclusione che l’omicidio
di Gennaro Sacco e del figlio
Carmine sia stato provocato da
vecchi malumori nei loro confronti
per la gestione della cassa comune.
Ma che la goccia capace di far
traboccare il vaso sia stato l’agguato
mortale a Mariano Bacioterracino.
In sostanza, secondo gli inquirenti,
sarebbero arrivati al clan
70mila euro dagli “afragolesi” come
compenso per il clamoroso delitto
della Sanità; però ai sicari sarebbero
stati dati soltanto 500 euro
a testa.