domenica 26 ottobre 2008

«Ecco i killer di Pica e Cardillo»


I giovani che si volevano affiliare al loro clan, dovevano dimostrare di essere affidabili attraverso l’omicidio di soggetti di spicco del clan Di Lauro». È questo il punto centrale delle dichiarazioni del pentito Michelangelo Mazza su un duplice omicidio clamoroso: quello di Giuseppe Pica e Francesco Cardillo, rispettivamente capo e vice-capo della “piazza” di spaccio del “Terzo Mondo”, feudo del clan Di Lauro. Era il 14 marzo 2007 e nei giorni successivi gli investigatori nel corso di intercettazioni telefoniche e ambientali più volte ascoltarono una frase emblematica: «Sono stati quelli che si sono avutati». Con la consueta premessa che le persone tirate in ballo devono essere ritenute assolutamente estranee ai fatti narrati fino a prova contraria, ecco altri passaggi delle dichiarazioni dell’ex ras del rione Sanità Michelangelo Mazza. «Ricordo che nel mese di febbraio 2007 Massimiliano Cafasso finalmente riuscì a fare un colloquio con lo zio che per lui era il tramite con il resto degli “scissionisti”. Quando ritornò in cella dal colloquio era visibilmente alterato e iniziò a parlare subito con Salvatore Chiariello. Successivamente la conversazione tra i due prese toni più accesi e il Cafasso disse chiaramente, tant’è che io fui in grado di ascoltare chiaramente le sue parole, che lo zio gli aveva riferito che un gruppo di giovani affiliati ai Di Lauro stava decidendo o aveva già deciso di passare con gli “scissionisti”. Egli disse al Chiariello di avere ordinato allo zio di portare una sua “ambasciata” ai vertici degli “scissionisti” e cioè che questi giovani per potersi affiliare al loro clan dovevano dimostrare di essere affidabili attraverso un omicidio di soggetti di spicco del clan Di Lauro. Alla fine del mese di febbraio fui condannato e trasferito al carcere di Vercelli. Mentre mi trovavo ristretto in tale carcere appresi dai mezzi d’informazione degli omicidi Pica e Cardillo. Mi fu facile ricollegare tale duplice omicidio al discorso del Cafasso perché egli aveva detto al Chiariello di aver mandato a dire al suo clan che avrebbe atteso la risposta di lì a non più di dieci giorni e che l’avrebbe appresa dai mezzi di informazione trattandosi di un omicidio». Il 14 marzo dell’anno scorso fu ucciso nel “Terzo mondo” il ras Giuseppe Pica, 34enne. Era considerato colui che gestiva la “piazza” di droga per conto dei Di Lauro. Poco dopo, in via Lungo del Ponte, fu trovato il corpo senza vita di Francesco Cardillo, 36enne, braccio destro e suo autista. Inutilmente aveva cercato di fuggire a piedi. Giuseppe Pica temeva di essere ucciso e perciò all’ora di pranzo si era mosso con prudenza per andare all’appuntamento rivelatosi una trappola. Francesco Cardillo gli fece da scorta armata, ma fu tutto inutile: entrambi finirono sotto il piombo dei killer dei neo-“scissionisti”. Nei giorni seguenti risultò chiaro lo scenario nuovo: il tradimento di un gruppetto di ex Di Lauro.