domenica 23 novembre 2008

Patto scissionisti-calabresi contro Di Lauro


Gli “scissionisti” (ora definiti nelle mappe di camorra “clan Amato-Pagano”) ebbero anche l’appoggio di malavitosi calabresi legati alla “’ndrangheta” nel corso della tremenda faida di Secondigliano. Tanto che alcuni emissari della cosca opposta ai Di Lauro, accompagnati da due affiliati ai Mammoliti, si recarono alla Sanità per convincere i Misso a schierarsi dalla loro parte. Ma Michelangelo Mazza, oggi pentito ma allora esponente di vertice del gruppo di malavita capeggiato dallo zio boss Giuseppe “’o nasone”, rifiutò. Aveva già detto di no a Cosimo Di Lauro e mantenne il proposito di restare equidistante. Il retroscena, inedito, rappresenta una circostanza inquietante e al tempo stesso spiega la forza dei vincitori della guerra di camorra di Secondigliano. Ecco le dichiarazioni sull’argomento di Michelangelo Mazza, rese il 30 ottobre 2007 al pm Stefania Castaldi, con la consueta premessa che le persone tirate in ballo devono essere ritenute estranee ai fatti narrati fino a prova contraria. «Ciro Beninato mi disse che erano venute delle persone che chiedevano di parlarmi ed erano appoggiate a casa di Salvatore Torino. Risposi a Beninato che li avrei incontrati nel “basso” in cui io svolgevo normalmente gli incontri di affari per il clan. Quando vi giunsi, vennero due soggetti che si presentarono come affiliati alla “’ndrangheta” e in particolare ai Mammoliti. Uno dei due, quello che parlava, si chiama Fulvio, è alto, robusto e biondo di capelli; l’altro di cui non conosco il nome, era più basso, tarchiato e bruno. Erano presenti anche Salvatore Torino, Salvatore Cipolletta e mio fratello Antonio. I calabresi si presentarono ed ebbero fiducia in forza della conoscenza che c’era tra loro e mio zio Giuseppe Missi e ricordarono con mio fratello che quando lui era stato codetenuto con mio zio a Sollicciano, in quello stesso periodo erano detenuti in quel carcere anche dei capi del clan Mammoliti, tale Zì Luca, clan come detto a cui i due soggetti erano affiliati. I calabresi mi dissero di apprezzare la mia posizione di equidistanza e di non appoggio a Cosimo Di Lauro dicendomi di essere dispiaciuti di quello che Cosimo stava facendo a Gennaro Marino, che loro rispettavano e con cui avevamo sempre avuto ottimi rapporti. Che loro non condividevano ciò che stava facendo Cosimo nella faida, come ad esempio fare uccidere delle donne innocenti, com’erano avvenute appunto per Gelsomina Verde. Io ribadii che concordavo su questo ultimo punto con loro, che anche per noi per mano dei Licciardi avevamo subito l’omicidio di mia zia Assunta Sarno, moglie di Giuseppe Missi, e quindi comprendevamo il disappunto nel vedere uccidere delle donne durante una guerra di camorra ». La guerra di Secondigliano iniziò a settembre 2004. Furono le dichiarazioni del neo pentito Pietro Esposito “kojak” a chiarirlo. Il primo omicidio commesso dagli “scissionisti”, che aprirono così la faida di Secondigliano, fu quello di Francesco Giannino, 21enne così poco noto alle forze dell’ordine che nessuno investigatore riuscì a capire il movente subito. Eppure c’era: la vittima era legata da stretti vincoli di amicizia con i figli di Paolo Di Lauro e l’agguato voleva essere proprio una dimostrazione di forza agli eredi del latitante “Ciruzzo ’o milionario”. Ma non solo: anche l’assassinio di Massimo Mele, il 7 ottobre 2003, poteva essere ricondotto ai gravi contrasti sorti dopo l’allontanamento dal clan di Raffaele Amato “’o spagnolo”.