mercoledì 24 dicembre 2008

Dovete salvarlo, è innocente


Continua la battaglia dei familiari di Antonio Zazzaro contro la condanna all’ergastolo comminata al giovane - insieme al presunto complice Alfredo Pozone - per l’omicidio di un tossicodipendente nella villa comunale di Scampia avvenuto nell’estate del 2005. Dopo le proteste della coniuge del recluso, già più volte finita per incatenarsi davanti al tribunale, ora ad alzare la voce è Francesco, fratello dell’uomo carcerato e che attraverso una lettera si è rivolto direttamente al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ed al premier, Silvio Berlusconi: «Purtroppo noto che alcuni passaggi della Costituzione sono carta straccia - dice Zazzaro in uno slancio di rabbia e disperazione -. L’articolo 2 del testo, infatti, riconosce e garantisce i diritti inviolabili della persona e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili e della solidarietà politica, economica e sociale, elementi che sembrano non valere per i protagonisti in negativo di questa vicenda ». Un’accusa che per varrebbe «anche per il principio di libera associazione e di tutela per i propri diritti ed interessi legittimi, oltre che per la sicurezza per i non abbienti di poter comunque difendersi davanti ad ogni giurisdizione». «Si tratta di stralci non individuabili nel calvario di mio fratello - scrive Francesco parlando alle più alte cariche dello Stato - poiché, invece, viene considerato già colpevole anche senza la sentenza di ultimo grado». Messaggi che ad ogni modo sottolineano le sensazioni dei familiari del carcerato, «caso affrontato - secondo la moglie e lo stretto parente - senza considerare fino in fondo le prove fornite durante il dibattimento dell’appello ». Una comunicazione in cui si parla inoltre delle “condizioni disumane” a cui i reclusi sarebbero esposti nel centro penitenziario, «detenzione - afferma l’autore della lettera - che è lontanissima dai principi di rieducazione e che anzi somiglia ad una punizione contraria ad ogni barlume di umanità e che - insiste - si avvicina ad una sorta di pena di morte a cui Antonio ed Alfredo sono quotidianamente spinti dalle piccole e grandi ingiustizie subite». «La nostra attuale società - è riportato verso la fine della missiva - non tiene conto delle volontà dei padri della Repubblica, lasciando alla semplice fatalità l’epilogo di condanne più o meno lunghe o anche a vita». Una percezione di sofferenza da parte dei congiunti del presunto killer della periferia nord di Napoli che emerge soprattutto nei capoversi conclusivi del breve messaggio: «Comincio a non avere più fiducia verso chi ha reso un inferno la mia esistenza e quella di mia madre - dice infatti Francesco - e quel poco che conosco e che sono riuscito a capire, vorrei inculcarlo nella mente di quanti hanno deciso per l’ergastolo di mio fratello pur davanti a fatti che attestavano l’opposto». Secondo i difensori di Zazzaro, infatti, nel momento del delitto il giovane si sarebbe trovato su una spiaggia del litorale Flegreo intento a vendere bibite e merende. Versione tuttavia che non ha convinto i magistrati. Articolo preso da il roma.