venerdì 19 dicembre 2008

Omicidio, assolto Tamburrino


Salvatore Tamburrino, ritenuto dall’accusa vicino ai Di Lauro, non è l’assassino di Antonio Siviero: ex autista del boss Bizzarro e amico del ras Salvatore Chiariello “’o boxeur”, entrambi esponenti di primo piano degli “scissionisti” di Secondigliano (ora clan Amato-Pagano). Lo hanno stabilito i giudici della quarta sezione della Corte d’Assise d’Appello del Tribunale di Napoli (presidente Pietro Lignola), ribaltando la condanna all’ergastolo inflitta in primo grado all’imputato, difeso dagli avvocati Ciro De Simone e Michele Cerabona. Antonio Siviero fu ucciso il 28 settembre 2004. E fu una telefonata anonima ad indirizzare i militari della compagnia di Melito sul luogo del delitto. Il pregiudicato, con precedenti per diversi reati contro il patrimonio, tra cui l'associazione per delinquere, era stato sorpreso dai killer nell’androne del palazzo di via Lussemburgo in cui abitava da tempo assieme alla famiglia. Gli assassini avevano atteso che chiudesse alle sue spalle il portone centrandolo ripetutamente e colpendolo anche all'altezza delle braccia e della testa oltre che alla schiena. Probabilmente la vittima fece un disperato tentativo di proteggersi dalla raffica di pallottole esplose contro di lui. Siviero si accasciò sul pavimento del pianerottolo, nell’ingresso del condominio popolare. Accanto al corpo, un lago di sangue e una serie di bossoli di una calibro 45, segno evidente della volontà da parte dei killer di non lasciare assolutamente alcuna speranza di vivere al bersaglio designato. Una spedizione punitiva che fu annunciata anche dalla telefonata di una persona rimasta sempre sconosciuta, con poche parole pronunciate all’operatore di turno al 112 dei carabinieri da un telefono pubblico: «Currite, currite, c’è stato un omicidio in via Lussemburgo...». Una telefonata che potrebbe essere stata composta da un testimone o addirittura da uno dei sicari. La sentenza favorevole a Salvatore Tamburino arriva tre giorni dopo un’altra analoga, che riguarda sempre la tremenda faida di Scampia. In quel caso la conclusione è stata che per l'omicidio di Biagio Migliaccio non ci sono al momento colpevoli. Infatti la Corte d'Assise d'Appello ha assolto Antonio Mennetta (assistito dall’avvocato Giuseppe Ricciulli), che in primo grado era stato condannato all’ergastolo, e confermato la sentenza di assoluzione per Ferdinando Emolo (difeso dai penalisti Vittorio Giacquinto e Vittorio Guadalupi. I legali avevano battuto soprattutto sulle ricostruzioni dei collaboratori di giustizia, ritenendole contraddittorie su alcuni punti cruciali del raid che il 20 novembre del 2004 portò alla morte di Biagio Migliaccio, nell'autosalone del padre, al centro di Mugnano. Mennetta ed Emolo restano comunque in carcere con l'accusa di associazione per delinquere di stampo camorristica. Biagio Migliaccio, imparentato con il boss Giacomo “’a femminella”, fu massacrato da un commando composto da almeno quattro sicari, giunti nella cittadina a nord di Napoli con due grosse motociclette.