mercoledì 3 dicembre 2008

Revocato il carcere duro a Bocchetti


È in carcere da dieci anni e dovrà restarci almeno per altri venti ma fino
ad allora resterà un detenuto comune. Da qualche settimana è stato
revocato a Gaetano Bocchetti detto “nanà” il regime del 41 bis a cui era
sottoposta da circa 6 anni. Il suo avvocato Mauro Valentino è riuscito ad
ottenere la revoca dal Tribunale di Sorveglianza. Ha una condanna a 30
anni per essere il mandante dell’omicidio di Luigi Giglioso, delitto commesso
10 anni fa di Luigi Giglioso in Tangenziale, sangue voluto dalla cupola
di Secondigliano per imporre il proprio predominio al Vomero. Furono
i giudici della Suprema Corte a confermare il dispositivo di condanna
in appello firmato in Corte d’Assise d’Appello a Napoli: un verdetto
con il quale venivano stangati i vertici dell’Alleanza di Secondigliano.
Era stato il presidente della quarta Corte d’Assise d’Appello del tribunale
di Napoli, il giudice Pietro Lignola, a pronunciare le condanne per l’omicidio
di Luigi Giglioso: accoglimento del ricorso della Procura avverso l’assoluzione
in appello, conferma della condanna di primo grado. Trent’anni
ai capi della cupola di Secondigliano e del Vomero, vale a dire ai boss Gaetano
Bocchetti, Giuseppe Lo Russo, Egidio Annunziata; ma anche trent’anni
per i presunti esecutori materiali dell’omicidio, vale a dire Ciro
Cioffi, che era in aula e che venne catturato subito dopo la sentenza nei
pressi del Tribunale di Napoli; Michele Olimpo e Giovanni Migliaccio, che
invece stava addirittura per lasciare la cella prima di essere bloccato
dalla sentenza del presidente Lignola.
Un processo ad ostacoli, con tante curve pericolose, che prese le mosse
dall’omicidio di Luigi Giglioso, messo a segno a settembre del ’97,
pochi mesi dopo l’agguato che era costato la vita di Silvia Ruotolo, donna
innocente massacrata a Salita Arenella nel corso di un regolamento
di conti. Sulla Tangenziale venne ammazzato uno degli eredi al trono di
Giovanni Alfano, il boss del Vomero arrestato dopo la sparatoria di Salita
Arenella, nel corso di una sanguinaria riorganizzazione degli equilibri
interni alla mafia collinare, uno spaccato metropolitano opulento sul
quale l’Alleanza di Secondigliano stava per mettere i propri artigli, promuovendo
agguati ed esecuzioni camorristiche.
Una vicenda che si chiuse quando la sezione di Corte di Cassazione
confermava le motivazioni scritte dal presidente Pietro Lignola. Un’inchiesta
rimbalzata due volte da Roma a Napoli prima di diventare definitiva,
che ruotava attorno al principio dell’attendibilità delle due fonti
d’accusa, vale a dire dei pentiti Rosario Privato e Gaetano Guida, rispettivamente
legati ai sistemi camorristici del Vomero e di Secondigliano.
In un primo momento la seconda Corte d’Assise d’Appello del
Tribunale di Napoli aveva dato una spallata alla sentenza di condanna,
sostenendo la scarsa attendibilità dei due pentiti, arrivando addirittura
a mettere in discussione l’esistenza di un cartello chiamato Alleanza di
Secondigliano. Poi la condanna definitiva.