domenica 27 aprile 2008

NON SCENDEMMO IN CAMPO CONTRO I CONTINI

Vincenzo Mazzarella aveva attaccato i
Contini senza avvisarci. Ma noi decidemmo
di non scendere in campo apertamente
al suo fianco, sostenendo il suo gruppo solo
sottobanco».
Giuseppe Misso junior nell’interrogatorio
del 27 luglio 2007, dopo aver indicato nello
specifico i presunti autori del raid omicida
nel bar “Marino”, si soffermò sulla reazione
del clan della Sanità all’agguato compiuto
dai Mazzarella. La decisione, sempre
secondo il racconto del collaboratore di
giustizia, fu poi comunicata a Giuseppe Lo
Russo della famiglia dei “capitoni” di Miano.
Ecco le dichiarazioni di “’o chiatto”,
con la consueta premessa che le persone tirate
in ballo devono essere ritenute estranee
ai fatti narrati fino a prova contraria.
«Ci fu immediatamente una riunione al nostro
interno alla quale partecipammo io,
Antonio Mazza, Giulio Pirozzi, Totore Savarese,
Vincenzo Di Maio e altre persone.
Da un lato c’era la rabbia per non essere
stati preavvisati; dall’altro però, ci rendevamo
conto che non ci saremmo mai potuti
completamente estraniare dalla guerra.
Vincenzo Mazzarella aveva pur sempre attaccato
quelli che erano i nostri nemici. Si
decise allora di non scendere apertamente
in guerra al fianco dei Mazzarella, ma di
sostenerli sottobanco con armi e uomini».
In quel periodo (inizio 1998) il gruppo di
fuoco di Misso, e in particolare quello che
faceva capo proprio a Giuseppe “’o chiatto”,
era il più forte. Cosicché, ha raccontato
il pentito, «si sparse la voce che io avevo
partecipato all’agguato in quanto mi scambiarono
per Paolo Ottaviano a causa della
grossa statura di entrambi, sebbene Ottaviano
sia più basso di me. Sicuramente fu
questo il motivo per cui stesso quella giornata
avevano tentato di uccidermi. Sempre
per questo motivo venne alla Sanità Giuseppe
Lo Russo per sincerarsi di persona
che io non avessi svolto alcun ruolo nell’agguato
al rione Amicizia. Tranquillizzammo
“Peppe ’o capitone” che non saremmo
scesi in guerra con i Mazzarella.
Avemmo poi diverse riunioni con Vincenzo
Mazzarella, che fu portato a conoscenza
della nostra decisione di aiutarlo sottobanco
restando ufficialmente estranei alla
guerra».

MAZZARELLA UCCISE UNA DONNA PER ERRORE

Vincenzo Mazzarella uccise per errore una donna a Forcella nel 1980. Andò a fare una sparatoria e mirando a una finestra la colpì mentre era affacciata. Allora non lo conoscevo, l’episodio mi è stato poi riferito dal figlio Michele». A raccontare un vecchio episodio (ovviamente tutto da dimostrare) è stato il pentito Giuseppe Misso junior (nella foto) nel corso dell’interrogatorio del 27 luglio 2007. Nel verbale, depositato da tempo, si fa anche riferimento alla nascita dell’alleanza tra il clan del rione Sanità e Vincenzo Mazzarella “’o pazzo”. “La prima volta che lo incontrai non pensavo fosse lui- ha sostenuto il collaboratore di giustizia- perché indossava una maglietta sporca di pasta e fagioli”. Ecco una sintesi delle dichiarazioni, con la consueta premessa che le persone tirate in ballo devono estranee ai fatti narrati fino a prova contraria. «La sorella di “Peppe magazzese” fu uccisa da Vincenzo Mazzarella nell’80. Lui andò a fare una sparatoria a Forcella: sparando nella finestre, questa donna stava affacciata e la colpì. Il proiettile le uscì dalla testa, quindi morì. Il fatto fu voluto e accidentale in quanto erano andati per compiere un agguato e la ragazza, che non era l’obiettivo, fu colpita. A raccontarmi l’episodio fu Michele Mazzarella, figlio di Vincenzo ». Nel corso dello stesso interrogatorio Giuseppe Misso “’o chiatto” si è soffermato a lungo sulla figura del boss Vincenzo Mazzarella, sostenendo di essere l’artefice dell’alleanza tra i due potenti clan. «È da premettere che ad aver fatto la vera alleanza con il clan Mazzarella sono stato io, partendo dal ’94-’95. Ero amico di Michele Mazzarella e Vincenzo, sapendo che frequentavo il figlio, gli disse: portami Peppe, lo voglio conoscere ». Anche perché sapeva che ero un pazzo, che andavo a sparare di qua e di là, anche addosso a Secondigliano, tutti i giorni, con ferimenti, agguati». Proseguendo nel racconto, il pentito descrisse anche la scena del primo incontro con il ras originario di San Giovanni a Teduccio. «Andai a conoscerlo. Entrai in casa sua, dopo aver superato il metal detector. Aveva una maglietta tutta sporca di pasta e fagioli, non lo dimenticherò mai. Appena all’emtrata, c’era un salottino e lui era seduto lì ma io non sapevo chi fosse. “Buonasera”, “buonasera”, io aspettavo che arrivasse Vincenzo Mazzarella. Lui mi guardava e a un certo punto mi disse: “guagliò, o’ zio”. Al che chiesi: “chi siete?” e lui rispose: “sono Vincenzo Mazzarella”. Ebbi una delusione. Mi disse: “non ci fare caso, io sono fatto a pane e puparuoli ». Il dialogo proseguì cordialmente, secondo il collaboratore di giustizia. «Tu sei Peppe ’o chiatto”. Mi fa proprio piacere conoscerti, so che sei un curnutiello…che hai sparato. So che vai a sparare a destra e a sinistra; per qualsiasi cosa…. Io avevo 18 o 19 anni. Era le solite cose dei primi approcci con il clan Mazzarella».

Mazzarella mandante della strage del bar

Carlo Fiorentino mi spiegò che, su incarico di Vincenzo Mazzarella, lui, Ciro Spirito e Paolo Ottaviano si erano recati al rione Amicizia nei pressi di un bar. Lo scopo era quello di uccidere i Contini e quindi persone quali Totore, Patrizio e Carmine Botta, Egidio Annunziata, i quali normalmente frequentavano la zona». Il 27 luglio 2007 Giuseppe Misso junior parlò a lungo di Vincenzo Mazzarella, il boss soprannominato “’o pazzo”, attribuendogli un ruolo di primo piano nella camorra napoletana e indicandolo come il presunto ispiratore del duplice omicidio Grassi-Varriale (avvenuto il 9 febbraio 1998). Al punto da far sostenere al pentito che a certo punto “Napoli era sua”. Ma, come sempre in casi del genere, va premesso che le persone tirate in ballo dal collaboratore di giustizia debbono essere ritenute assolutamente estranee ai fatti narrati fino a prova contraria (oltretutto in questo caso il dichiarante non ha partecipato al delitto, quindi dice cose “de relato”). Ecco le dichiarazioni di “o’ chiatto”. «Mentre ero in strada con la mia fidanzata, ricevetti una telefonata di mio padre sul cellulare che mi avvisava che c’era stata una strage nel rione Amicizia. Immediatamente attaccai, temendo intercettazioni, e non gli diedi il tempo di parlare. Lui mi chiamò nuovamente per avvisarmi di un pericolo che correvo, ma anche in questo caso per lo stesso motivo attaccai il telefono. Sebbene ancora non capissi cos’era accaduto, per mia sicurezza personale passai per il negozio di Vincenzo Dirozzi, al quale chiesi di darmi una nostra mitraglietta Skorpion che lui aveva in custodia e che io, nel tragitto che doveva percorrere per rientrare a casa, intendevo portare con me per difesa personale. Armatomi, appena uscito dalla Sanità, non avevo neanche imboccato via Duomo che delle persone in sella a una motocicletta iniziarono a spararmi contro. Cacciai istintivamente il mitra e iniziai anche a sparare. Fu tanta la paura che con la mia Honda Dominator, anziché rientrare a largo Donnaregina, presi addirittura il corso Umberto in direzione degli uffici della Questura». Cos’era successo poco prima? Secondo la ricostruzione del pentito contro di lui c’era stata la vendetta per l’agguato nel bar di via Filippo Maria Briganti. Si era verificato il duplice omicidio di Emanuele Grasso, 31 anni e Ciro Varriale, 39, mentre erano stati feriti in tre: Antonio Imparato, 36enne, Alfredo De Feo, 38, luogotenente del clan, e Salvatore Vollero, 34enne meccanico estraneo alla mala. L’agguato doveva abbattere i ras del clan Contini e invece aveva colpito semplici fiancheggiatori o persone senza alcun legame con la cosca. «Tornai a casa - ha continuato Giuseppe Misso il 27 luglio 2007 - e venne da me Carlo Fiorentino. Mi spiegò che, entrati nel bar, avevano iniziato a sparare all’impazzata colpendo persone dei Contini ma non quelli che speravano di incrociare. Mi precisò anche che a Paolo Ottaviano a un certo punto si era inceppata la pistola e aveva allora continuato a colpire Alfredo De Feo con la pistola».

IL FOLLE PROGETTO DI MAZZARELLA

contrasti tra i Misso e i Rullo-Festa, nella zona di piazza Mercato e delle “case nuove”, furono il preludio alla guerra tra i Mazzarella e i Contini ma trassero origine da un motivo banale: un litigio per una precedenza negata tra “Peppe ’o chiatto” del rione Sanità e “Mimmo” Festa. Parola di pentito nel corso dell’interrogatorio del 27 luglio 2007, quando il nipote del boss soprannominato “’o nasone” ha ricostruito anche omicidi e tentati omicidi legati ai dissidi cominciati per ragioni di viabilità. Ecco le sue dichiarazioni, con la consueta premessa che le persone tirate in ballo devono essere ritenute estranee alle vicende narrate fino a prova contraria. «Il primo pretesto per attaccare i Contini, Vincenzo Mazzarella lo colse in occasione del tentato omicidio di Gianluca Russo e del contestuale ferimento accidentale di una donna compiuti da me. Mazzarella mi disse che era a mia completa disposizione per quanto stava accadendo tra me e i Rullo-Festa. In realtà lui, così facendo, mirava a eliminare tali famiglie per interessi esclusivamente personali ». Ha poi continuato Giuseppe Misso junior: «Il mio contrasto con i Rullo-Festa era pur sempre legato all’odio atavico per Secondigliano a far data dall’omicidio di mia zia Assunta Sarno. Da ultimo era accaduto che, per motivi di viabilità, avevo avuto uno scontro con “Mimmo” Festa che avevo cercato di uccidere. Le conseguenze di questo mio gesto furono immediate: subii l’omicidio di Giuseppe Savarese e io stesso fui vittima di un tentato omicidio». Il collaboratore di giustizia della Sanità, sempre nel corso dello stesso interrogatorio, parlò delle mire espansionistiche del boss Vincenzo Mazzarella su Napoli definendolo “il folle progetto di conquistare l’intera città: un’idea che porterà alla guerra del 1998”. E il preludio “Peppe ’o chiatto” lo individuava nello scontro con i Rullo-Festa, in cui a un certo punto sarebbe intervenuto il ras soprannominato “’o pazzo” (il condizionale è d’obbligo in casi del genere, trattandosi di dichiarazioni al momento senza riscontri processuali ed eventuali condanne definitive). «In quel periodo - fece mettere a verbale il nipote del boss omonimo, anch’egli collaborante - nella zona di piazza Mercato, Porta Nolana e “case nuove” c’erano inizialmente i Contini, i quali avevano i loro uomini: Ettore Esposito e Nicola Rullo nelle Case Nuove e altri componenti delle famiglie Rullo-Festa tra piazza Mercato e Porta Nolana. Vincenzo Mazzarella riuscì a impadronirsene cacciando sia Ettore Esposito, tra l’altro nipote di Patrizio Bosti, che Nicola Rullo, entrambi trasferitisi a piazza Mercato. Al loro posto mise un suo uomo, “Tonino anaclerio”, ma ben presto si scoprì che questi faceva il doppio gioco proprio con Secondigliano, per cui fu ucciso il fratello Carmine De Rosa. A quel punto Mazzarella si montò la testa e pensò di poter cacciare da ogni quartiere le famiglie di Secondigliano.

sabato 26 aprile 2008

LA VERITA' DI PRESTIERI SULL'OMICIDIO DI O'PRINCIPINO

La notizia eclatante del pentimento del boss MAURIZIO PRESTIERI gregario di spicco del boss PAOLO DI LAURO sta gettando sconcerto tra le file dei clan una volta a lui alleati,compreso l'ultimo arrivato quello dei cosiddetti scissionisti,tutte le dichiarazioni rese fino ad ora sono al vaglio degli inquirenti che fanno trapelare poco o nulla sulle confessioni del boss forse in attesa di nuovi atti accusatori prima di far scattare la maxi retata che sconvolgera' molto la geografia criminale di secondigliano.Basti pensare che la famiglia prestieri e' stata sempre una famiglia che a contato molto sulla criminalita' secondiglianese,basta citare la strage del bar fulmine avvenuta proprio all'interno del rione monte rosa gestito proprio dalla famiglia prestieri,fu una strage si contarono nove morti e tre feriti,tanta fu la ferocia di ANTONIO RUOCCO alias o'capececcie boss di mugnano alleato di ferro dei di lauro,tento' un inutile quando vaga scissione,in pochi mesi il clan di lauro gli stermino' quasi tutta la famiglia fino a quando il capoceccio non decise di passare a collaborare.Ma tante sono state le lotte della famiglia prestieri che anno combattuto per annientare i rivali,compresa la morte violenta di VINCENZO ESPOSITO detto o'principino,e proprio MAURIZIO PRESTIERI la sta raccontando nei minimi dettagli nei panni di collaboratore,cosi' si scopre che chi uccise o'principino si trovava sul balcone dell'appartamento di prestieri,o'principino indossava il casco integrale e fece giustizia ammazzando un guardaspalle del boss prestieri ma mentre stava per allontanarsi venne massacrato a sua volta con una decina di pistolettate.La famiglia licciardi lavo' quell'omicidio con ferro e fuoco,la mattina dopo affisse sulla facciata della chiesa rionale un manifesto con i nomi di mandanti e responsabili dell'omicidio dell'amato nipote,fu una carneficina,in meno di un mese perirono una ventina di malavitosi della famiglia prestieri.Si aspettano altre schiaccianti rivelazioni del boss,che sicuramente sfocera' in un maxi bliz che portera' nelle patrie galere un bel po di gentaglia...............

giovedì 17 aprile 2008

LA FAMIGLIA DE LUCIA

Una famiglia in declino quella dei de lucia un tempo padroni incontrastati del rione berlingieri con il benestare dei boss della famiglia capeggiata da PAOLO DI LAURO,e' di ieri la notizia che la suprema corte di cassazione a confermato l'ergastolo per UGO DE LUCIA ritenuto l'esecutore materiale delle torture l'uccisione e il barbaro gesto di bruciare il cadavere della povera ragazza 22enne GELSOMINA VERDE vittima innocene di emblematici rapporti passionali tra l'assassino appunto e un uomo affiliato alla cosca nemica degli scissionisti.Ma la notizia che sicuramente a fatto sobbalzare chi indaga e' il pentimento dello zio SERGIO DE LUCIA sfuggito miracolosamente a due agguati che senza avere altra scelta a deciso di vuotare il sacco passando a collabborare con la giustizia.Forse la sua e' stata anche na ripicca contro i nuovi boss del clan SACCO-BOCCHETTI-FELDI-che ultimamente anno allontanato dalle loro abitazioni e dal rione berlingieri le donne e gli uomini del clan,va ricordato che l'anno scorso proprio il figlio di SERGIO DE LUCIA nel corso di un agguato venne colpito alla spina dorsale e anche se sampo' alla morte rimarra' su una sedia a rotelle a vita,poi l'arresto del fratello PAOLO DE LUCIA accusato di estorsione e che sicuramente ne avra' i tempo per meditare in galera visto i suoi tanti precedenti penali.Senza dimenticare la morte violenta del capostipite della famiglia LUCIO DE LUCIA ammazzato con una sventagliata di mitra in piazza zanardelli detta anche miezz'a'l'arc,rimane solo il nipote LUIGI DE LUCIA che in un primo momento venne tirato in ballo anche lui dal collaboratore di giustizia PIETRO ESPOSITO ma che venne scarcerato clamorosamente alcuni giorni dopo,resta l'unico uomo della famiglia ancora in liberta' ...................

LA CASSAZIONE CONFERMA IL CARCERE A VITA PER UGO DE LUCIA

Brutte notizie per il caneficie di GELSOMNA VERDE la 22enne che nel novembre del 2004 in piena guerra di camorra tra i di lauro e gli scissionisti venne torturata ammazzata e data alle fiamme,alla sbarra come esecutore materiale del delitto fini' UGO DE LUCIA considerato dalla magistratura come capo commando dei gruppi di fuoco dei di lauro che in meno di due mesi fecero qualcosa come 60 omicidi.Ebbene dopo che sia il primo grado di giudizio che l'appello,oggi la suprema corte di cassazione ha confermato la condanna all'ergastolo per il boia che partecipo' a ben cinque agguati piu' quello della povera ragazza,un duro colpo per ugariello che da quando e' detenuto si e' visto ammazzare il padre,sfuggire per ben due volte lo zio da due agguati sempre legati alla camorra,un cugino sulla sedia a rotelle,e per finire la famiglia costretta a dislocare dal rione berlingieri per volere dei nuovi capi..............

martedì 8 aprile 2008

SI PENTE IL BOSS MAURIZIO PRESTIERI

L'ultima notizia che arriva da secondigliano e che sicuramente non fara' fare sonni tranquilli al gruppo da poco creatosi dei cosiddetti scissionisti,e il pentimento del capoclan MAURIZIO PRESTIERI,passato a collaborare con la giustizia dopo che i nipoti e i tanti suoi affiliati sono passati con il gruppo scissionista pronti a tutto pur di scansare i propri zii TOMMASO PRESTIERI e maurizio appunto.Sembra che da mesi ormai che i nipoti spalleggiati dai scissionisti abbiano cercato di eliminare chiunque orbitasse intorno agli zii e tutti coloro che si ostinavano a rimanere fedeli ai propri zii,sembra che li anno costretti ad un trasloco forzato cacciandoli via dal rione monterosa regno incontrastato dei prestieri.Il pentimento di MAURIZIO PRESTIERI potrebbe aprire molti orizzonti alla magistratura che indaga sulla mala di secondigliano,non va dimenticato che proprio la famiglia prestieri si trovo' coinvolta nella strage del bar fulmine dove rimasero uccisi RAFFAELE PRESTIERI e ROSARIO PRETIERI piu' altri 3 affiliati,si parlo' della scissione che il boss di mugnano ANTONIO RUOCCO stava portando in seno al clan di PAOLO DI LAURO,il capo ceccio come lo chiamavano i suoi affiliati si vide nel giro di poche settimane sterminare tutta la famiglia e costretto a rifugiarsi al nord decise di pentirsi dopo poche settimane.Ia famiglia prestieri e piu' in particolare proprio MAURIZIO potrebbe illuminare gli investigatori sui tanti omicidi commessi dopo la strage dove gli furono ammazzati i suoi due fratelli,e svelare la prima vera e propria guerra guidata da PAOLO DI LAURO ai tempi della strage ancora non conosciuto dai media.Ma potrebbe raccontare qualcosa anche sull'omicidi del boss dei boss allora defunto GENNARO LICCIARDI,il suo vero erede carismatico era proprio VINCENZO ESPOSITO detto o'principino ammazzato proprio nel rione monterosa dopo aver ammazzato l'autista di MAURIZIO PRESTIERI,lo crivellarono di proiettili senza dargli il tempo di scappare dal luogo in cui egli stesso era andato per vendicare uno schiaffo subito dal cugino,anche su questo omicidio e altri trenta collegati alla morte di o'principino MAURIZIO PRESTIERI potra' sicuamente svelare parecchi retroscena.Ma il boss potra' sicuramente svelare il motivo e i rancori che anno fatto degenerare le cose fino a quando nel 2004 non scoppio' la tremenda faida di scampia,la sua famiglia si schiero' da subito con PAOLO DI LAURO alias ciruzzo 0'milionar,e per lui commisero parecchi omicidi compreso l'omicidio del cognato di GUIDO ABBINANTE che poi ritornera' come un boomerang quando la faida finisce con i di lauro sconfitti e gli scissionisti vincitori,la famiglia prestieri passa con gli scissionisti fino a quando proprio guido arrestato ai tempi della faida per essere scarceato alcuni anni dopo non reclama la testa dei prestieri per il voltafaccia che anno fatto e in piu' per l'agguato da loro commesso ammazzando il marito della sorella,inizia una nuova faida i prestieri vengono allontanati dal loro rione bunker e tutto il resto lo raccontera' sicuramente MAURIZIO PRESTIERI per far luce su parecchie cose,tra cui i molti omicidi rimasti ancora senza un movente e senza un colpevole..............

Killer inchiodati dalle impronte

Non c’erano telecamere all’interno e all’esterno del luogo del delitto, ma gli investigatori sono ugualmente convinti di aver raccolto indizi sufficienti a carico dei due affiliati al clan Aprea ritenuti responsabili del duplice omicidio Capasso (fermo restando la presunzione d’innocenza fino a un’eventuale condanna definitiva): Ciro Prisco, cognato degli Aprea, e un pregiudicato soprannominato “Peppe ’o mostro”, legato anch’egli al gruppo di mala. I due sono ancora in fuga, denunciati in stato d’irreperibilità e ricercati dalla polizia. In particolare la loro posizione si sarebbe aggravata, oltre che per essere spariti dopo la sparatoria, anche per le impronte digitali riscontrate dalla “scientifica” nell’appartamento e addosso alle vittime. Con il passare delle ore la dinamica del terribile fatto di sangue appare sempre più chiara, sulla base di riscontri e di informazioni confidenziali. Ma è soprattutto grazie alle dichiarazioni di Mariano Capasso in punto di morte, che ha indicato ai poliziotti i killer nel cognato degli Aprea e in “Peppe ’o mostro”, che l’inchiesta è subito decollata. E dall’altra sera Ciro Prisco, marito di Lena Aprea, e l’altro affiliato sono spariti da Barra. Un delitto scaturito da una violenta lite per una spartizione di soldi provenienti, sembra, da piccoli traffici di droga: le vittime erano andate a Barra per chiederli a colui che viene considerato il reggente attuale del clan. Ma la richiesta, secondo la ricostruzione della squadra mobile della questura e del commissariato San Giovanni-Barra, sarebbe stata respinta e nelle mani di uno degli uomini di malavita è comparsa la pistola. Vincenzo Capasso, che avrebbe compiuto a dicembre 22 anni, è morto dopo il terzo proiettile che l’ha colpito. Il fratello Mariano, 17 anni compiuti il 9 gennaio scorso, ha avuto la forza di telefonare al “113” e lanciare le prime accuse agli Aprea. Più tardi, nel reparto di rianimazione dell’ospedale Loreto Mare, ha confidato con un filo di voce a un esperto investigatore della polizia i nomi dei due con i quali lui e il congiunto avevano litigato. Per gli uomini dell’intelligence della questura (coordinati dal vice questore Pietro Morelli) e per i pm antimafia Castaldi e Siracusa il quadro indiziario è sufficiente per l’incriminazione di Ciro Prisco e “Peppe ’o mostro”. La dinamica del duplice omicidio è stata ricostruita con precisione dagli esperti della “scientifica” (guidati dalla dottoressa Fabiola Mancone), i quali con il “Luminol” hanno scoperto tracce di sangue dal soggiorno dell’appartamento di Ciro Prisco fino al cortile davanti all’ingresso. Evidentemente i quattro si erano messi a parlare nella stanza quando la discussione è degenerata fino alla tragedia. Inutilmente Vincenzo e Mariano Capasso hanno cercato riparo all’esterno dell’abitazione: il primo è stato centrato alla testa e all’addome praticamente subito; il 17enne è riuscito anche a dare l’allarme ed è rimasto in vita alle 21, quand’è spirato in ospedale.

sabato 5 aprile 2008

SEQUESTRATI I BENI DELL’EX SINDACO CICALA

Sequestrato il patrimonio dell’ex sindaco di Melito,
Alfredo Cicala, condannato per 416bis in quanto
affiliato al clan Di Lauro. I beni sottratti ammontano
a circa 20 milioni, che si aggiungono ad
un precedente sequestro di 100 milioni di euro, effettuato
nel settembre scorso. In totale il patrimonio
sequestrato ammonta a 120 milioni. Un duro
colpo per il clan di “Ciruzzo ’o milionario”, inferto
dai poliziotti della Sezione misure di prevenzione
antimafia della Questura di Napoli e dai finanzieri
del Nucleo di polizia tributaria del comando
provinciale di Napoli. Il decreto di sequestro
preventivo è stato emesso dal Tribunale di Napoli,
terza sezione penale collegio C, ai sensi della
normativa antimafia, su richiesta della Dda.
Cicala, sindaco del comune di Melito negli anni
’90-93, è attualmente sottoposto al regime degli
arresti domiciliari in quanto indagato per 416bis.
È accusato di essersi associato con Federico Bizzarro
e con altre persone (alcune individuate, altre
in corso identificazione), costituendo un’associazione
camorristica operante nel comune di Melito
e diretta emanazione del clan Di Lauro. Secondo
quanto accertato dagli inquirenti, tale sodalizio
era finalizzato, oltre che alla commissione
di reati quali lo spaccio e le estorsioni, anche ad
impedire o ad ostacolare il libero esercizio del voto
ai cittadini. Il riferimento è alle elezioni comunali
del maggio e giugno 2003, quando furono procurati
indebitamente voti alla lista con candidato
sindaco Giampiero Di Gennaro, attività realizzata
impedendo la campagna elettorale a favore del candidato
avversario Bernardino Tuccillo, intimidendo
i candidati che intendevano con lui proporsi
in libere elezioni e condizionando l’espressione
delle preferenze dei singoli elettorali.
Le indagini patrimoniali svolte in collaborazione
dai poliziotti della Questura e dai finanzieri del Nucleo
tributario, sotto la direzione della Procura, ha
consentito di individuare l’ingente patrimonio direttamente
riferibile a Cicala e assolutamente sproporzionato
con il reddito da lui dichiarato. Il decreto
di sequestro arriva a distanza di pochi mesi
da un precedente provvedimento emesso a settembre
dalla stessa autorità giudiziaria ed eseguito
dagli stessi ufficiali. Nel mirino finirono svariati
terreni, beni immobili, patrimoni aziendali, rapporti
bancari, autoveicoli, per un ammontare complessivo
di 100 milioni di euro. I beni sequestrati
ieri, invece, sono: 7 terreni, 23 appartamenti, 5 immobili
per uso ufficio, 58 immobili adibiti a box
auto-cantinole, 30 posti auto.
Lo scorso 17 febbraio Cicala è stato condannato
a cinque anni di reclusione per 416bis. Ha ovviamente
il diritto di essere considerato assolutamente
innocente fino a sentenza definitiva di condanna.
Esponente dell’ex Democrazia cristiana, riferendosi
a Cicala gli inquirenti hanno parlato di una
“personalità contraddittoria”. Ma il nome del “sindaco”
figura anche in un’interrogazione parlamentare
presentata dal senatore di Rifondazione
Comunista Tommaso Sodano presentata nel 2003.
Cicala si era dimesso dalla carica di primo cittadino
nel 1993 in seguito dell’arresto per droga del
cognato Francesco Maisto, cugino del boss Andrea
Maisto.

venerdì 4 aprile 2008

Camorra, patti tra i Cirella e i Mariano

Un’alleanza tra il “nuovo-vecchio” gruppo di mala insediatosi sui Quartieri Spagnoli, i Mariano-Ricci, i Cirella della Torretta e i Sarno di Ponticelli. Un legame basato su tre clan che si è costruito gradualmente e ora, con il cambio di equilibri nei vicoli a ridosso di via Toledo, secondo gli investigatori si sarebbe saldato su questo asse portante. Nell’ultima mappa sulla camorra di Napoli città è comparso il nome dei Mariano tra le cosche dei Quartieri Spagnoli, ma rispetto alla fine dell’anno scorso c’è una novità: l’alleanza con il gruppo Ricci, a sua volta legato ai cosiddetti “Fraulella” di Ponticelli, vicini ai Sarno. Un cartello evidentemente temibile, tant’è vero che almeno per il momento i ras Paolo Pesce e Luciano Morrone si sono allontanati dalla zona. Ma gli alleati di questi ultimi, i Cardillo dei Quartieri e gli Elia del Pallonetto, sono invece rimasti ben saldi ai loro posti: circostanza che fa temere, dopo il duplice tentato omicidio di Maurizio Forte e Ciro Donnarumma, una nuova faida. Paolo Pesce evaso dai domiciliari; Luciano Morrone detto “Spalluzzella”, ritenuto il braccio destro di “Chipeppe”, allontanatosi anch’egli dai Quartieri Spagnoli e probabilmente da Napoli. Due circostanze notate subito dagli investigatori che si occupano della malavita della zona e sottolineate nell’ultima mappa in contemporanea all’altra recente novità: l’insediamento di un gruppo indicato con la denominazione “Mariano-Ricci”. Era apparso indicativo agli investigatori l’allontanamento dai Quartieri di Paolo Pesce, ritenuto fino a quel momento il numero uno della mala della zona, come il neo pentito Vincenzo Gallozzi ha recentemente confermato. “Chipeppe” infatti deve scontare poco meno di un anno di pena agli arresti domiciliari per inosservanza agli obblighi della sorveglianza speciale e lasciando la casa ha commesso un reato che potrebbe costargli una molto probabile nuova condanna. Era febbraio scorso quando Paolo Pesce, 33enne, patteggiò la pena ad un anno e fu scarcerato con l’obbligo degli arresti domiciliari. Era stato arrestato due settimane prima per violazione della sorveglianza speciale e dopo un processo per direttissima, il giudice Russo accolse la richiesta di patteggiamento presentata dai suoi avvocati, i penalisti Gaetano Inserra e Leopoldo Perone. Paolo Pesce finì in manette il 10 febbraio scorso dopo un controllo dei Falchi della questura. Dal 25 luglio era sottoposto alla misura della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno. Ma quando i poliziotti si recarono da lui, lo videro in sella ad un ciclomotore guidato da un altro pregiudicato dei Quartieri Spagnoli: una compagnia che a causa della misura di sicurezza nei suoi confronti, non poteva avere. Condotto in carcere, vi era rimasto fino al giorno del giudizio, conclusosi con una condanna a un anno. Era tornato a casa dopo anni di detenzione, a luglio 2007. Per festeggiare la sua ritrovata libertà furono esplosi i classici fuochi d’artificio.

Uccisero una madre, tre condanne

È stato l’ultimo tabù infranto da una camorra spietata e senza più vergogna. I killer del clan Di Lauro ammazzarono nel corso della faida di Secondigliano una donna, una madre di uno scissionista nemico. Carmela Attrice cadde al suolo stramazzata in un lago di sangue. A sparale contro, secondo i giudici della quarta Corte d’Assise di Napoli, presidente Pietro Lignola, Michele Tavassi, Salvatore Monaco e Salvatore Starace. I tre sono stati condannati alla pena di 23 anni di reclusione. Sono stati invece assolti Salvatore Zimbetti e i fratelli Gennaro e Salvatore Esposito, difesi dagli avvocati Diego Abate e Claudio Davino. Quattro ore di camera di consiglio nelle quali sono state esaminate carte, testimonianze, ritrattazioni, foto dei luoghi, perizie balistiche, liste di nomi e soprannomi. Quattro ore di camera di consiglio che hanno decretato la parola fine al secondo grado di un processo nato due anni fa. Era la faida di Secondigliano. Da una parte il clan Di Lauro e dall’altra gli scissionisti. Era la guerra di camorra che ha mietuto più di cinquanta vittime nel giro di pochi mesi. Una di loro, Carmela Attrice, con la camorra non c’entrava nulla. Lei era la madre di Francesco Barone, un giovane indesiderato dal clan Di Lauro. Indesiderato a tal punto che un commando di killer, fece irruzione nel suo quartiere armato di tutto punto. Uno di loro, un minorenne (adesso messo alla prova dal tribunale), bussò al citofono di una palazzina alle “Case Celesti”. Rispose Carmela Attrice che fu indotta a scendere. Era in pigiama, forse si fidava di quelle persone o forse voleva affrontarle. Ma pochi minuti dopo del suo temperamento, del suo coraggio di madre restò ben poco. Un colpo di pistola e poi un altro. Il silenzio stroncato dalle urla di Orsola, sua figlia. La donna, per l’accusa, fu ammazzata perché non volle rivelare il nascondiglio del figlio. Ventitré anni di reclusione a testa per Salvatore Starace, Michele Tavassi, Salvatore Monaco. Ventitré anni e non l’ergastolo, come aveva invocato il pubblico ministero della Dda Stefania Castaldi, perché secondo i giudici della terza corte d’Assise, presidente Achille Scusa, l’omicidio non era premeditato e la stessa tesi è prevalsa anche in appello. I tre del commando assassino non erano lì per ammazzare quella donna. Ma qualcosa non andò per il verso giusto e Carmela Attrice fu assassinata. Forse volevano solo avvertirla che sarebbe stato meglio per lei e per la sua famiglia lasciare quel quartiere ma non andò così. Impassibili gli imputati al momento della lettura della sentenza. Lacrime dei parenti che da lontano, nell’aula bunker del carcere di Poggioreale, hanno cercato di salutare i loro figli, fratelli, mariti, cugini. Si attende ora la motivazione del giudice. Da lì ripartiranno i difensori per proporre appello alla decisione del giudice in Corte di Cassazione. «Se non esiste la premeditazione cade l’aggravante dell’articolo sette così come il movente», i dubbi del collegio di avvocati