sabato 24 gennaio 2009

IL CALVARIO GIUDIZIARIO DI EDUARDO MORRA INCASTRATO PER VENDETTA


“Ed invero, dagli elementi finora raccolti questo pubblico ministero non ravvisa specifiche notizie di reato a carico di alcuno, tenuto conto della circostanza che il Papa, nelle sue dichiarazioni, ha escluso tassativamente quanto riferito all'avv. Trupiano nel corso di una registrazione da lui stesso registrata, asserendo di avere agito per compiacere quelle che riteneva essere le legittime aspettative del legale” [Il Pubblico ministero, dott. Giuseppe Borrelli dal testo di rigetto dell'istanza presentata nell'interesse di Eduardo Morra].Quello che stiamo per raccontare è il caso di un uomo, condannato in seguito ad una telefonata anonima la cui registrazione è andata persa per sempre, e del suo avvocato, arrestato poco dopo avere richiesto la revisione del suo processo in seguito all'emergere di nuovi elementi che avvaloravano l'innocenza del suo assistito e, cosa più pesante, la tesi di collusioni tra alcuni funzionari di questura e un clan camorristico del napoletano.Il 18 maggio 1990 a Napoli nel Rione Sanità si consumò il terribile omicidio di Gennario Pandolfi e del piccolo Nunzio Pandolfi di appena 2 anni. Gennaro Pandolfi, secondo quanto riportato sui giornali dell'epoca era l'autista di Luigi Giuliano, boss di Forcella inserito nel cartello camorristico della Nuova Famiglia e divenuto collaboratore di giustizia dopo l'arresto.Per questo eccidio fu condannato all'ergastolo Eduardo Morra, che dopo la sentenza di appello di secondo grado del 1996, si rese latitante.Eduardo Morra, in gioventù era stato un affiliato del clan Giuliano. Condannato per associazione a delinquere di stampo camorristico nel 1981, all'età di 29 anni, scontò una pena di 4 anni di carcerazione. Dopo essere tornato in libertà decise di allontanarsi dai Giuliano per un motivo ben preciso. Morra era venuto a sapere che i Giuliano avevano stretto legami con alcuni funzionari corrotti della polizia e non intendeva rischiare di essere coinvolto in pericolosi scambi che non lo riguardavano.I sospetti di Morra divennero certezze quando i Giuliano, dopo essere divenuti pentiti di camorra, effettivamente confessarono di essere collusi con alcuni agenti della questura partenopea. Venne aperto un procedimento giudiziario suddiviso in una decina di tronconi. Due processi contro alcuni funzionari della PS si conclusero con lievi condanne e alcune assoluzioni, gli altri sono tuttora aperti.Quanto scoperto da Morra sulle attività dei Giuliano e la sua dissociazione dal clan non gli venne perdonato dagli ex capi. Il pentito di camorraM.ECORA prima di suicidarsi in carcere, dichiarò alle autorità che Luigi Giuliano nel 1990 lo aveva assoldato per uccidere Morra o in alternativa, visto che questi non era reperibile, suo fratello Antonio. Alcuni particolari citati da Ecora, come la degenza della moglie di Morra presso una data clinica perché prossima al parto, sono stati facilmente riscontrati.Subito dopo l'omicidio Eduardo Morra risultò negativo al guanto di paraffina.
A confermare le tesi dell'accusa c'è un'unica teste, la collaboratrice di giustizia G. Pozziello, che dichiarò di avere riconosciuto Morra tra i 3 uomini che si trovavano sotto casa dei Pandolfi subito dopo l'omicidio. Morra l'avrebbe addirittura minacciata posando sul suo ventre incinta una pistola.Durante l'udienza di primo grado la Pozziello riconobbe Morra tra i presenti in aula con evidente difficoltà.
Secondo quanto affermato in sede processuale da alcuni funzionari della Questura di Napoli alle 3 di notte del 19 maggio 1990 arrivò in questura una telefonata anonima in cui si sosteneva che una donna di nome Emilia (sorella di Gennaro Pandolfi), avendo assistito alla sparatoria, avrebbe rivelato il nome dell'assassino se il piccolo Nunzio Pandolfi fosse morto.La telefonata sarebbe giunta sul numero speciale dall'allora Capo della Squadra Mobile di Napoli, Dott. S. Federico, che avrebbe poi provveduto a informare il dirigente della Sezione Omicidi Di Ruberto. La stessa fonte anonima poco dopo si fece risentire presso la Questura indicando in Edoardo Morra uno degli assassini.Nella sentenza di ergastolo per Morra è scritto che Di Ruberto aveva ipotizzato l'identità dell'informatore e confidente ma si era rifiutato di rivelarla.L'11 maggio 2002 nei locali del Commissariato P.S. Di Vasto-Arenaccia, l'avv.Vittorio Trupiano nell'ambito delle indagini difensive sul caso del suo assistito, ascoltò l'ispettore E. Papa incaricato di sorvegliare il Morra al tempo dei fatti.Nel corso del colloquio, Papa dichiarò che Morra era stato incastrato da Guglielmo Giuliano perché questi riteneva che tra lui e sua moglie vi fosse una relazione e sostenne che i funzionari di PS erano stati manovrati. Il 7 luglio 2003, su richiesta della difesa, Papa comparve davanti al Pm G. Borrelli. Dopo avere ascoltato la registrazione di un breve tratto iniziale della conversazione occorsa nel 2002 tra lui e Trupiano, riconobbe la sua voce e confermò che la trascrizione sottopostagli corrispondeva al vero.Per chiamarsi fuori dalla faccenda Papa asserì però di non sapere nulla della vicenda Morra e di aver parlato a ruota libera mentendo volontariamente giacché non riteneva di dover essere tenuto a dire il vero davanti a Trupiano. 17 settembre 2003 il Pm Borrelli della DDA di Napoli rigettò l'istanza presentata da Trupiano in cui si chiedeva l'apertura di un nuovo fascicolo di indagine per l'omicidio Pandolfi. Borrelli stabilì che E. Papa aveva davvero mentito a Trupiano per compiacerlo.L'8 ottobre 2003 Trupiano richiese alla Questura di Napoli copia di tutte le registrazioni ricevute dal dottor Sandro Federico il 19 maggio del 1990 e “contestuali trascrizioni”.G iunse così il primo colpo di scena: la Questura di Napoli rispose che non era in possesso di alcuna registrazione della telefonata che accusava Morra, ma solo della sua trascrizione.Recatosi presso la Questura per ottenere la trascrizione Trupiano appurò invece che si trattava di un “APPUNTO” datato 19 maggio 1990. Un elemento fondamentale che avrebbe potuto ricondurre all'identità dell'informatore è andato misteriosamente perso ed è legittimo chiedersi se sia mai esistito.Ma non finisce qui. Il dirigente della Sezione Anticrimine della PS di Napoli, rispondendo alla richiesta di Trupiano, informava che la telefonata anonima, alla base dell'incriminazione di Morra, era giunta al centralino del 113.Veniva così smentita la ricostruzione ufficiale dei fatti presentata durante il processo di Appello di II grado del 1996, secondo cui la telefonata sarebbe giunta sulla linea privata del funzionaria S. Federico, che disse di riconoscere nella voce dell'anonimo quella di un suo informatore.
Poco dopo l'emergere di queste interessanti rivelazioni, che avevano attratto anche l'interesse della stampa napoletana (vedi articoli 1 - 2 - 3 - 4 - 5), il 21 ottobre 2003 l'avv. Vittorio Trupiano fu arrestato con l'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. A firmare il mandato del suo arresto fu lo stesso Pm G. Borrelli della Dda di Napoli.Liberato 2 settimane dopo, Trupiano fu prosciolto nel giugno 2004 e quindi nuovamente iscritto nel registro degli indagati dal Pm G. Borrelli sul finire del 2004 e nel maggio del 2005.
* L'unica teste d'accusa smentita dal fratello e da un'intercettazione
Nel 2002 l'avv. Trupiano fu contattato dal R. Pozziello, fratello dell'unica testimone dell'accusa contro Morra, il quale riferì al legale che la sorella aveva mentito perché temeva che il Servizio di Protezione arrivasse a sottrarle i figli.Nel 2004 Trupiano convocò nel suo ufficio il fratello della Pozziello. Questi oltre a confermare le precedenti dichiarazioni sostenne che la sorella sarebbe stata 'istruita' dall'allora vice questore, poi condannato per corruzione nell'ambito dell'inchiesta “Poliziopoli” su alcuni clan di Ercolano.In questo contesto Trupiano venne in possesso di un'intercettazione in cui la sorella del. Pozziello affermava : “Ho paura di andare in galera ... mi sono inventata tutto.”Nel gennaio 2004, forte dei nuovi elementi acquisiti durante le indagini difensive, l'avv. Trupiano chiese la revisione del processo contro Morra alla Corte d'Appello di Roma.
Il 28 gennaio 2004 la quarta sezione della Corte di Appello di Roma, respinse la richiesta di revisione. Tra le motivazioni i giudici affermarono che la presunta falsità delle prove testimoniali portate dagli avvocati non era stata accertata con sentenza definitiva.Un orientamento abbastanza insolito, di sicuro non applicato nel caso delle ritrattazioni del pentito Marino, che pur non essendo stato condannato per la falsità delle dichiarazioni rilasciate in un primo momento, è stato ritenuto attendibile allorquando ha accusato Sofri, Bompressi e Pietrostefani di avere ucciso il commissario Calabresi.
Dopo tale sentenza Trupiano ha annunciato di volersi rivolgere alla Cassazione per rimettere il caso ad un altra Sezione d'Apello di Roma.Eduardo Morra attualmente è rinchiuso nel carcere di Saluzzo (CN) e visto lo stato di indigenza mantiene con la moglie e i 7 figli che vivono a Napoli solo rapporti epistolari. Prima che l'avvocato Trupiano fosse nuovamente fermato nella sua attività di indagine, Morra è stato assolto dall'accusa dell'omicidio Cafaro, lanciatagli dai pentiti Giuliano, e dall'accusa di riciclaggio di denaro sporco proveniente da attività camorristiche.Recentemente il p.m. Narducci della procura di Napoli, che indaga nell'ambito della così detta inchiesta “Calvalcanti”, ha chiesto e ottenuto la collaborazione di Morra per far luce sui presunti scambi avvenuti tra questura di Napoli e clan Giuliano.
Nel frattempo sulla procura di Napoli si è abbattuta un vicenda per molti aspetti ancora oscura. Il 5 febbraio del 2005, un articolo del quotidiano napoletano “Roma”, la cui proprietà è vicina ad AN, ha dato notizia di una interessante intercettazione nell'ambito dell'inchiesta sulla faida di Secondigliano.Il boss Cosimo di Lauro, allora non sottoposto a provvedimenti restrittivi, chiede ad un amico imprenditore, fratello di un senatore del Polo delle Libertà, di intervenire su un magistrato della Procura di Napoli per ottenere alcune informazioni coperte da segreto istruttorio. Nella telefonata Di Lauro fa riferimento ad una battuta di caccia in Albania svolta insieme a Mancuso, un noto dirigente della polizia e all'imprenditore stesso.