martedì 10 febbraio 2009

Delitto Riccio, corsa contro il tempo



In primo grado furono condannati tutti all'ergastolo per l'omicidio di
Giuseppe Riccio, il pizzaiolo di 26 anni ucciso per errore in un agguato
a Calata Capodichino. L'11 maggio scadranno i termini di custodia
cautelare per i tre killer, Giovanni Di Vaio, Pietro Girletti e Ciro De Vincenzo.
Il rischio scarcerazione è alto. Il 15 aprile è stata fissata la prima
udienza del processo di secondo grado. I giudici sono quelli della
seconda Corte d'Assise d'Appello. Entro l'11 maggio il processo si dovrà
concludere, altrimenti i tre uomini torneranno in libertà.
Considerando i tempi lunghi di un processo tra rinvii per difetti di notifica
o scioperi degli avvocati, il rischio che i tre assassini tornino in
libertà è molto alto. La loro condanna all'ergastolo fu la conclusione di
un processo durato poco più di un anno. I giudici confermarono la pena
richiesta dal pm Celeste Carrano. A pesare sulla sentenza le aggravanti
dei futili motivi e dell'aver agito in gruppo di dieci persone
con l'intenzione di uccidere il titolare della pizzeria “Donn'Amalia”.
Doveva essere una lezione per il proprietario Ercole Cristoforo, che
qualche giorno prima si era rifiutato di servire in auto le pizze per quel
gruppo di ragazzi che sostava fuori i locali. «È stata fatta giustizia» fu
il commento a caldo dell'avvocato Luca Bancale, legale della madre
di Giuseppe Riccio, Rosanna Bisogni: «Alla legge del sopruso si è risposto
con una sentenza che rende finalmente giustizia».
Tra gli avvocati di parte civile Giulia De Lerna, Alfonso Furgiuele, Guido
Furgiuele. L'omicidio fu commesso il 16 dicembre di quattro anni
fa. Ad incastrare Ciro De Vincenzo, Pietro Girletti e Giovanni Di Vaio
furono le testimonianze di chi era presente in pizzeria al momento del
raid. Decisive anche le conversazioni in carcere tra gli imputati e i familiari.
Tentativi di far ritrattare i testimoni con minacce ed estorsioni tanto
da spingere il pm Carrano a chiedere un incidente probatorio per il rischio
che i testimoni potessero cambiare versione. Nel corso del dibattimento
gli alibi presentati dagli imputati crollarono progressivamente.
Tutto cominciò quel maledetto venerdì sera del 16 dicembre
2005, quando davanti alla nota pizzeria “Donn’Amalia”, che si trova
alla fine di Calata Capodichino, quasi in piazza Di Vittorio, arrivarono
dieci giovani del rione Amicizia in sella ad alcune moto. Parcheggiarono
proprio davanti all’entrata del locale e ordinarono delle pizze da
portare via. Il titolare, il signor Ercole, chiese loro di spostare le moto
che intralciavano l’entrata ma venne aggredito verbalmente. Il gruppo
andò via ma il giorno dopo ritornò armato di mazze e catene: uno
di loro aveva anche una pistola e fece fuoco, colpendo mortalmente
Giuseppe Riccio. Ad incastrare Ciro De Vincenzo, Pietro Girletti e Giovanni
Di Vaio sono state le testimonianze di chi era presente in pizzeria
al momento del raid. Ma decisive sono state anche le conversazioni
in carcere tra gli imputati e i familiari. Nel corso del processo sono
progressivamente crollati gli alibi forniti dai tre imputati al momento
dell’arresto. Nei confronti di alcuni dei testimoni chiamati a
confermare quegli alibi la procura ha aperto un fascicolo per falsa testimonianza