venerdì 13 febbraio 2009

Dodici anni al boss Salvatore Lo Russo



Salvatore Lo Russo, boss della zona di Miano, è stato condannato a 12
anni di reclusione per il reato di associazione camorristica. Una condanna
come capo e promotore di una clan che opera a Miano e che
porta il suo stesso nome. Stesso capo di imputazione, con una condanna
a 11 anni e un mese per Raffaele Perfetto. Il ras era assistito dagli
avvocati Ercole Ragozzini e Saverio Senese, mentre il secondo assistito
dagli avvocati Gandolfo Geraci e Sante Foresta. Gli avvocati hanno
cercato di ottenere un ridimensionamento della pena chiesta dal
pm (20 anni di carcere per il primo, 18 per il secondo) e in parte ci sono
riusciti. Era un rito abbreviato (giudice Lucarelli) e adesso puntano
diritti all’appello dove cercheranno di ottenere un altro livellamento verso
il basso della sentenza. Massimo Tipaldi (difeso dagli avvocati Claudio
Davino e Luigi Senese) e Antonio Lo Russo, rampollo del clan (difeso
dall’avvocato Antonio Abet), hanno invece incassato 5 anni e 4
mesi (la pena più bassa) e 5 anni e 6 mesi. La Dda aveva chiesto per entrambi
la pena di 15 anni di reclusione. Giovanni Pennielo ha invece
incassato 7 anni di carcere (difeso dall’avvocato Salvatore Pane), ma il
pm aveva chiesto 14 anni di carcere. Salvatore Lo Russo, imputato numero
uno, rinchiuso in carcere al regime del 41 bis, quando fu arrestato
due anni fa era da pochi giorni tornato dalla Costa Azzurra in Francia.
L’inchiesta si basa soprattutto su intercettazioni ambientali, un vero
e proprio colpo da maestri quello che compirono i carabinieri. I militari
piazzarono alcune microspie sullo yacht nella disponibilità di Salvatore
Lo Russo. Poi alle intercettazioni ambientali si sono aggiunte
anche le dichiarazioni dell’ex ras della Sanità Giuseppe Misso “’o chiatto”.
All’alba i militari del nucleo operativo di Napoli si si presentati a casa
di Salvatore Lo Russo, in via Alfonso Ruta, e gli notificarono il provvedimento
restrittivo dicendogli di preparare il borsone per il carcere. Lui
restò di sasso ma solo per un attimo: si riprese e con una maglietta polo
di classe, il volto abbronzato, seguì gli investigatori alla caserma “Pastrengo”.
Gli investigatori hanno sempre messo in evidenza il presunto
ruolo di stratega di “Totore capitone” e di “braccio armato operativo”
del gruppo. Dopo la chiusura delle indagini preliminari poi il gruppo
di indagati si allargò fino a ricomprendere altri personaggi che non
era stati sfiorati in precedenza dall’inchiesta ma che furono raggiunti
solo successivamente dall’ordinanza di custodia cautelare. È il caso di
Tipaldi, che era giù in carcere per il duplice omicidi di Manzo e D’Amico
e di Giovanni Penniello, arrestato invece nel blitz che aveva portato
in carcere esponenti del clan Misso del rione Sanità dopo le prime dichiarazioni
di Giuseppe Misso detto “’o chiatto”. Adesso sperano tutti
nel processo d’appello dopo il deposito delle motivazioni da parte del
Giudice per le udienze preliminari.