giovedì 21 maggio 2009

La doppia vita degli insospettabili



Dirigente della multinazionale
svedese Ikea, Michele Orabona
curava in prima persona gli
interessi economici del clan provvedendo,
ad influenzare le strategie
d’investimento, avvalendosi
quale copertura anche del suo lavoro
lecito che gli ha consentito di
muoversi nel tessuto economicofinanziario
altrimenti precluso al
resto degli affiliati al clan. A dimostrazione
del ruolo svolto da
Orabona il gip riporta una conversazione
del 18 novembre a bordo
della vettura Mini Cooper tra Orabona
e i coniugi Barbato. In questa
circostanza Orabona ammetteva
di aver favorito, in prima persona,
gli esponenti del clan Amato
permettendo loro di avere un
accesso privilegiato al sistema
bancario anche a livello internazionale.
Infatti, il dirigente Ikea così
disse: «Si però tu…chiedere i
piaceri.... Annamaria le cose che
hanno avuto a Barcellona cominciando
da Cesarini che andammo
nell’agenzia, ci presentammo documenti
conto correnti non poteva
avere niente,
disse grazie,
dissi ma
io non devo
avere i soldi,
grazie basta...
a me interessa questo uomo si
scorda le cose che ha fatto». In seguito,
rivolgendosi ad Anna Maria
Amato: «Perché tu qualsiasi cosa
devi avere ..tu hai sempre avuto
una mano .. ricordati di questo».
Un primo indicativo indizio del- Lʼarresto di Annamaria Madonna e Antonio Ferraro
proprio origini, e non vengono più percepiti come legati ad attività che
portano morte ed imbarbarimento del sistema sociale di un intero
pezzo del paese. Chi contribuisce a tale attività non è meno pericoloso
del killer a cui viene armata la mano o dei soggetti a cui si dà mandato
di riscuotere l’estorsione». Negozi, salumerie, agenzie musicali
(“Trionfo” di Melito), bar, caseifici, concessionarie: sono solo alcune
delle molte attività in cui venivano riciclati i soldi. E poi c’era il denaro
guadagnato con le estorsioi: Racconta il pentito Bruno Pianese: «Per i
negozi le mazzette dai 2mila ai 5mila euro al mese. Per i cantieri il
denaro veniva calcolato a percentuale sul lavoro: se vi era un lavoro di
200mila euro la ditta doveva consegnare al clan 20mila euro».
l’organicità di Orabona si ebbe a
settembre 2005, quando prese parte
ad una riunione tenutasi all’interno
dell’ipermercato “Ipercoop -
Medì” di Teverola, dove presenziò
Carmine Amato, nipote dell’Amato
Raffaele, il quale intervenne all’incontro
con al seguito un nutrito
gruppo di affiliati con il preciso
compito di scorta del giovane rampollo
nipote del capo clan. Il vertice
del clan doveva tracciare le linee
programmatiche d’investimento
dei proventi illeciti. A tal
proposito Orabona confermò a
Barbato la sua propria disponibilità.
Prima di passare con gli Amato,
Orabona aveva militato per il
clan Di Lauro: «Nei tempi di guerra
Michele fuggiva sempre». Orabona
aveva coinvolto nei suoi affari
anche i familiari: i fratelli Vincenzo
e Michele, e la moglie Adele
Salzano, tutti
consapevoli degli
affari illeciti del loro
congiunto. Scrive
il gip: «La circostanza
da il senso
della pericolosità di tali soggetti
che conducono una vita apparentemente
lontana dà ogni logica criminale,
in particolare la Salzano risulta
anche essere inserita, con
funzioni di responsabilità, in una
casa-famiglia sita in Qualiano.