mercoledì 20 maggio 2009

«Lo colpì così forte che il cervello otturò la canna della pistola




NAPOLI. «Antonio Abbinante colpì così a fondo “Rocchino” (al
secolo Rocco Capuozzo, morto il 13 aprile ’93, ndr) che la materia
cerebrale della vittima otturò la canna dell’arma. Antonio non era
solito usare i guanti: egli, coperto dal sangue della vittima e con
l’arma addosso, si allontanò sulla moto guidata da Cicciotto Irace,
facendosi lasciare a casa sua, in via Gran Sasso. Giunto lì, andò
nel bagno e sciacquò la canna della pistola sotto il lavandino, si
tolse i vestiti imbrattati di sangue e li chiuse in un sacchetto
dell’immondizia, consegnando il tutto a un nipote perché fosse
gettato in un contenitore dell’immondizia».IL
29 maggio 2008 Maurizio Prestieri riferì alcune fasi dell’omicidio
di Rocco Capuozzo, compresa un’altra circostanza macabra: il
ritrovamento, a dire degli altri affiliati al clan Di Lauro che glielo
raccontarono, di un pezzetto della scatola cranica della vittima.
«Ciro Vitale mi accompagnò a casa di Antonio Abbinante e una
volta salito, trovai anche Raffaele Abbinante. Antonio mi raccontò
dell’omicidio e del fatto che dovette sciacquare la canna della
pistola nel lavandino. Io allora suggerii di controllare nel sifone
del lavandino se erano rimasti dei resti e infatti rinvenimmo un
pezzo della scatola cranica. In quel periodo io ero molto scosso per
la morte dei miei fratelli e pensavo solo alla vendetta».