mercoledì 20 maggio 2009

Negri fu torturato e bruciato vivo



Dell’omicidio di Alfredo
Negri, braccio destro di
Antonio Ruocco e a sua volta
presunto sicario, hanno parlato
diversi pentiti: i due Prestieri,
zio e nipote, e i due Pica, oltre
che lo stesso “Capececce”. Tutti
hanno concordato sulla circostanza
delle sevizie cui fu sottoposta
la vittima tra il 26 e il 27
luglio ‘92, giorno del decesso.
Per il delitto (fermo restando la
presunzione d’innocenza fino a
eventuale condanna definitiva)
è indagato anche Tommaso
Prestieri. Ma, secondo uno dei
collaboratori di giustizia, Paolo
Di Lauro non gli permise di parteciparvi
in prima persona perché
«operato da poco al cuore».
Ecco cosa fece mettere a verbale
Maurizio Prestieri nell’interrogatorio
del 23 maggio
2008, poco tempo dopo essere
passato con lo lo Stato. «Anche
se ero detenuto, ho avuto i particolari
nel dettaglio da tutti gli
autori materiali. In una macchina
“Arna” o “Alfa 33”, in una
di quelle all’epoca
in
uso alla polizia,
c’erano
Raffaele
Amato, Enrico
D’Avanzo e Ciro Vitale, che
guidava. Utilizzando una palina
della polizia, bloccarono la
vittima con la scusa di chiedere
i documenti e di portarla in
questura. Quando Negri se ne
accorse, era troppo tardi. Fu
di Rocco Capuozzo, compresa un’altra circostanza macabra: il
ritrovamento, a dire degli altri affiliati al clan Di Lauro che glielo
raccontarono, di un pezzetto della scatola cranica della vittima.
«Ciro Vitale mi accompagnò a casa di Antonio Abbinante e una
volta salito, trovai anche Raffaele Abbinante. Antonio mi raccontò
dell’omicidio e del fatto che dovette sciacquare la canna della
pistola nel lavandino. Io allora suggerii di controllare nel sifone
del lavandino se erano rimasti dei resti e infatti rinvenimmo un
pezzo della scatola cranica. In quel periodo io ero molto scosso per
la morte dei miei fratelli e pensavo solo alla vendetta».
Anna Amato
ammanettato e condotto in un
sottoscala di Secondigliano,
sotto il palazzo dov’era il quartier
generale del nostro clan. Lì
ad aspettarli si trovavano Paolo
Di Lauro, Raffaele Abbinante,
Guido Abbinante, Rosario Pariante,
Massimiliano Cafasso e
Gennaro Marino. Di Lauro informò
mio fratello Tommaso che
era in mano loro un affiliato del
“Capececce”, il quale poteva dire
dove si trovava Antonio Rocco.
Aggiunse che sarebbe stato
fatto tutto il possibile per
estorcergli l’informazione. Il delitto
fu particolarmente efferato:
la persona fu torturata per
un’intera giornata: gli Abbinante,
Pariante e Amato lo picchiavano,
“Ciruzzo” interveniva
fingendo di voler far smettere
le torture e incitandolo a parlare.
Ma quando
capì che non
avrebbe detto
nulla, disse ai
suoi di ucciderlo
e metterlo nel
cofano dell’auto. Cafasso mi ha
raccontato di avergli sparato
contro una sola volta e che,
mentre davano fuoco, si sentivano
le sue urla. La macchina
con il cadavere fu lasciata nei
pressi del carcere».