giovedì 21 maggio 2009

Uno scorpione tatuato, simbolo del clan



Lo scorpione è furbo. Lo
scorpione è pericoloso. Lo scorpione
sa mimetizzarsi bene. N’è passato
di tempo da quando, poco più
che trentenne, organizzava gli sbarchi
di hashish sulle coste di Bacoli
per rifornire il clan dell’amico Paolo
Di Lauro. Gli spacciatori di Secondigliano
non avevano problemi a
vendere – ogni giorno – centinaia,
migliaia di stecchette di “fumo” ai
giovani napoletani. Bastava guardare
il simbolo impresso sulle “mattonelle”
di droga da 250 grammi:
quell’animale che spalancava le
chele e puntava la coda acuminata
era sinonimo di qualità, di merce di
prima scelta. E quindi di denaro,
montagne di denaro. Libano e Afghanistan,
alla fine degli anni Ottanta,
sono le capitali mondiali dell’hashish:
è lì che inizia la scalata di
Raffaele Amato nel traffico internazionale
di stupefacenti. Con i finanziamenti
e le coperture di Ciruzzo ’o
milionario, diventa uno dei più importanti
narcos d’Europa e dà vita
al “cartello dello scorpione”. Tutti i
gruppi criminali che trattano droga
hanno un simbolo, un marchio di
fabbrica: serve per differenziarsi, per
conquistare e mantenere le quote di
mercato. E Amato, pur senza aver
studiato economia, si dimostra fin
da subito un ottimo uomo marketing:
conquista il monopolio, in
Campania, per l’importazione di hashish
ed eroina, andando a comprare,
direttamente all’estero, i terreni
coltivati a oppio e canapa. In
poco tempo, diventa il “ministro del
Commercio” della holding criminale
di Secondigliano: a metà degli anni
Novanta, l’incontro con i grandi
trafficanti colombiani lo catapulta
nel business che conta. La cocaina.
Dalla Spagna inonda di polvere
bianca i ghetti controllati dal clan,
che macina guadagni stratosferici.
Si muove tra Madrid e Barcellona,
senza grossa difficoltà. Impara la lingua
e le usanze locali. Il cartello, ormai,
non ha rivali sulla piazza partenopea.
E lo scorpione inizia a diventare
un simbolo, un segnale di
appartenenza che gli affiliati più giovani
esibiscono con orgoglio sui muscoli
o sulle targhe delle auto, dove
– accanto ai numeri e alle lettere
identificativi – spunta la sagoma affusolata
del silenzioso killer del deserto.
Poi, arrivano la faida e il tempo dell’odio
contro la dittatura di Cosimo
Di Lauro, con oltre settanta morti lasciati
sull’asfalto. La fuga dopo la
clamorosa scarcerazione del 2006
segna il mutamento delle tecniche
di latitanza del capo degli “spagnoli”:
addio alle auto di lusso e ai guardaspalle
armati. Si muove da solo,
Amato, utilizzando bus e metropolitana.
Come i terroristi baschi dell’Eta
e, prima di loro, gli uomini delle
Brigate rosse. Cerca l’anonimato
nella folla, il padrino, finché da Napoli
non vengono sguinzagliati segugi
dal fiuto fino che lo braccano
fino all’ultimo viaggio. I poliziotti della
Squadra mobile e, in particolare,
quelli della sezione Narcotici arrivano
a lui seguendo le scie di altri
trafficanti di droga. È un giorno come
tanti altri, quando lo scorpione
in trappola non riesce a trovare un
nuovo anfratto in cui rifugiarsi e abbassa
l’aculeo avvelenato.
Dopo quarantott’ore, il colpo di grazia:
oltre sessanta arresti tra capi e
gregari del suo clan, dove la moda
dei tatuaggi ha sostituito lo scorpione
con la minacciosa frase: “Don’t
touch my family”. Non toccare la
mia famiglia.