mercoledì 30 settembre 2009

Clan Licciardi, il pm chiede 347 anni



Quasi 350 anni di carcere. È quanto ha chiesto il pm nella requisitoria
contro il clan Licciardi, decapitato e praticamente sgominato nel luglio del
2008 grazie alle intercettazioni che avevano incastrato il capo della cosca
Vincenzo Licciardi, detto “’o chiatto” allora inserito tra i trenta latitanti più
pericolosi d’Italia. Il lungo elenco delle pene richieste dal giudice parte
con i 20 anni per Pietro Licciardi, Giuseppe Barbato ed Antonio Errichelli.
Diciotto invece per Francesco Matafora. Richieste per sedici anni sono ancora
giunte per Paolo Abbatiello, Luigi Carella, Salvatore Liberti, Dodici
anni di pena è al contrario la proposta a carico di Carmine Morra, mentre
undici per Antonio Morra, Gianfranco Leva, Antonio Di Giovanni. Un
decennio potrebbe andare Vincenzo Allocca, Gennaro Cirelli, Renato
Esposito, Carmine Talpa, Ciro Trambarulo, Raffaele Amato, Francesco
Marzano, Giovanni Esposito, Patrizia Vastarella, Francesco Feldi, Vincenzo
Esposito, Vincenzo De Luca, Antonio Gravagnuolo. Nove anni, inoltre,
sono stati richiesti per Massimo Romaniello ed otto per Diego Mastranzo,
Sei anni poi Carlo Benincontri, quattro Francesco Sollazzo, Antonio
Pellegrini. Infine due anni sono stati richiesti per Ciro De Luca, Germana
Esposito e Cristina Gambardella. La possibilità dell’assoluzione, infine,
è invece stata prevista dal pm soltanto per Assunta Russo. La maxi-
operazione che ha portato al fermo di 38 persone sta dunque portando
i propri frutti. Allora, inoltre, ci fu anche il sequestro di quote mobiliari
ed immobiliari pari a 300 milioni di euro, un risultato questo mai ottenuto
prima in altre iniziative della medesima portata. Mai nessuna cosca
italiana, in tal senso, aveva subito un colpo tale ed un sequestro così
ingente dove il clan Licciardi è rimasto privo di uomini e soprattutto di
soldi con enormi difficoltà per un’eventuale riorganizzazione in tempi rapidi.
Ad operare nella mega-operazione furono i poliziotti della squadra
mobile coordinati da Vittorio Pisani e i finanzieri del comando Provinciale
guidati dal colonnello Giuseppe Bottillo e Antonio Quintavalle. Un’ordinanza
di 478 pagine che venne firmata dal gip Luigi Giordano e voluta dai
pm Barbara Sargenti e Luigi Alberto Cannavale, coordinati dal Procuratore
della Repubblica Giovandomenico Lepore e dal capo in quel periodo
della Dda Franco Roberti. Il clamore per il blitz fu infatti forte poiché
in carcere finirono tra gli altri Giovanni e Pietro Licciardi, i due figli del
boss defunto Gennaro “’a scigna”, il presunto capoclan Gennaro Cirelli,
che aveva preso il posto di Vincenzo Licciardi (anche lui destinatario dell’ordinanza
con l’accusa di essere il capo e il promotore della cosca). Poi
Giuseppe Barbato, ritenuto invece il cassiere della cosca, molto vicino al
boss e ai suoi affari e altre decine di soggetti organici alla clan. I reati
contestati vanno dall’associazione camorristica, al traffico di armi e di
droga e infine al riciclaggio per cui finirono sotto sequestro le società “Rocap
spa”, composta da due immobili, un abitazione commerciale, tutti
ubicati a Roma; e l’immobiliare “San Salvatore srl”.