giovedì 17 settembre 2009

Il ras Lo Russo scrive un inno per il Napoli


Na na na Napoli». Dopo i versi di Luigi Giuliano, i quadri di Tommaso Prestieri, i romanzi di Peppe Misso, arrivano anche le canzoni di Domenico Lo Russo, ras dei Capitoni, fratello del capoclan di Miano Salvatore Lo Russo. Attualmente libero ma sorvegliato speciale, col divieto di incontrare pregiudicati e uscire di casa la sera, Domenico Lo Russo ha già scritto testi d’amore per il neomelodico Franco Calone, uno dei cantanti più gettonati in feste di piazza e cerimonie private. E ora presenta al Caffè Gambrinus (sabato prossimo alle 17) quello che viene definito “il nuovo inno del Napoli”. La canzone si intitola “Cuori allo stadio” ed è cantata da Rosario Miraggio (nella foto), giovane voce emergente nel variegato panorama musicale partenopeo. Fanno da sfondo ai versi di Lo Russo le note composte da Franco Riscetti e arrangiate da Gianni Cuciniello per le edizioni Zeus Record (la casa discografica che si vanta di aver lanciato nientemeno che Massimo Ranieri e Gigi D’Alessio e che ha avuto nella sua scuderia pure Mario Merola). Il lancio del singolo è curato dalla “Massimo Capasso Editore Production” che nell’annunciare l’iniziativa parla di «voglia dei napoletani di liberarsi da ogni sorta di dolore imposto da un potere accecato dalle logiche dell’arricchimento senza scrupoli». Ed il cartoncino di invito alla conferenza stampa porta stampigliato un logo con il ciuccio azzurro che scalcia un pallone e la scritta “dai un calcio alla violenza”. Riferimento non casuale. Anche nel testo dell’inno scritto da Lo Russo, infatti, tutto incentrato sulle speranze e le gioie di un tifoso che va allo stadio, una strofa recita: «Ma nu tifoso vero viulenza nun fa, tutta sta viulenza nuje l’avimme fermà, perché ’o tifoso vero è sulo ammore e fedeltà». Certo, non si può dire che il ritornello («na na na Napoli») e strofe come «nu gol ce basta pe ce fa cancellà tutte ’e probleme che sta vita nce dà» brillino per innovazione. Ma sono sufficienti a far entrare Domenico Lo Russo nell’affollato empireo degli esponenti di famiglie di camorra con il pallino dell’arte.