giovedì 17 settembre 2009

Rinnego la camorra e la mia vita


Mario Savio è stato un potente boss della camorra napoletana. Il più potente, nel suo territorio: i Quartieri Spagnoli. Astuto, abile, donnaiolo, spregiudicato. Vendicatore. Violento. Ora si trova in carcere, nel penitenziario di massima sicurezza dell’Aquila, da dove uscirà soltanto in una bara, perché tra tutti i peccati capitali che ha commesso nella sua vita, è stato condannato all’ergastolo per l’unico del quale, da anni, si ostina ancora a proclamarsi innocente. Ora, la camorra che lui comandava nel rione che sovrasta il “salotto buono” della città gli fa schifo. Non la riconosce più. «È un’armata brancaleone», afferma. Perché quella vera - la vera camorra - è un po’ come un ordine cavalleresco: onore e morte. Anche se, oggi, c’è rimasta soltanto la morte. Lei si trova in carcere da molti anni, ormai: qual è la differenza tra la sua malavita e quella attuale? «È una differenza abissale. Nella camorra attuale ormai non mi ci riconosco più. La vecchia camorra aveva un proprio fascino, perché allora si rispettavano certi valori, certe regole. Sembra un paradosso, ma in quel contesto si veniva accettati solo se si possedevano doti non comuni: il coraggio, il rispetto per il più debole. Il camorrista, ai miei tempi, aiutava chi aveva bisogno, c’era maggiore solidarietà. La violenza non era mai gratuita, non veniva usata per il solo scopo di dimostrare la propria forza. Era l’estrema soluzione. Insomma, c’era un modo cavalleresco di comportarsi». Che cosa significa camorra per lei? «Significa sentirsi qualcuno, uscire dal grigiore in cui la società ti ha relegato. Significa sentirsi accettato da una organizzazione. È come dimostrare a se stessi di non essere un fallito, ma di essere uno che sa affrontare la vita anche quando questa ti presenta poi il conto in sofferenze, anni di carcere. Può sembrare un controsenso, ma è una rivincita sulle umiliazioni subite, sulla miseria e la fame patita». Ma è una rivincita che prevede sempre una sconfitta… «È vero, l’ho sperimentato sulla mia pelle. Infatti, che cosa fa un camorrista appena guadagna un po’ di soldi? Vuole comprare l’auto più bella, la casa più chic, avere più donne che gli ronzano intorno. Questo non è soltanto un atteggiamento sconsiderato, è qualcosa di più profondo. È un modo per dire che non sei una nullità. Solo che il prezzo da pagare è troppo alto». Come si può sconfiggere la camorra a Napoli? «Credo che sia un po’ complicato, se per camorra intendiamo quella attuale, cioè le varie bande che si fanno la guerra per stabilire chi in quel vicolo (sì, dico vicolo) deve vendere la droga, oppure far pagare la tangente di pochi euro a un poverocristo con una bottega. Ormai, se uno fa un furto, oppure una truffa, lo si definisce camorrista. Allora si mischia tutto e il risultato è che anche i ladri di polli, o le mezze calzette, vengono messi sullo stesso piano di coloro che fanno parte di questi clan». Che cosa rinnega della sua vita? «Della mia vita, anzi della mia malavita dovrei dire che rinnego tutto, ma credo che non sia esatto. In questa malavita, io ci sono nato. Ne sono stato nutrito, da bambino sono diventato un uomo (nel senso di crescita fisica). Ho conosciuto tante tragedie, tanti drammi familiari e tante sofferenze. Ho procurato tanto dolore, ricevendone il doppio, il triplo in cambio. E non è valsa, assolutamente, la pena». La camorra a Napoli può distruggersi da sola? «Giovanni Falcone aveva certamente ragione nel dire che la criminalità organizzata è un fatto umano e, come tutti i fatti umani, ha un inizio e avrà una fine. Il pericolo però è un altro: oggi anche l’ultimo arrivato si crede un boss e si atteggia di conseguenza. Il fatto è che si auto- convince e, non essendo fornito del bagaglio di esperienze per affrontare il ruolo, esperienze che gli permetterebbero quantomeno di evitare parte delle numerose trappole di cui è disseminato il percorso ai vertici della camorra, al primo errore è bello e fottuto. La conclusione non può che essere tragica. Oppure, nel migliore dei casi, la galera a vita, come è accaduto a me».