mercoledì 25 novembre 2009

Ammazzati il boss Sacco e il figlio


Da poliziotto, anche se per
pochissimo tempo, a boss di un
clan che due anni fa si scisse dai
Licciardi, avvicinandosi agli Amato-
Pagano. Ma Gennaro Sacco era
probabilmente anche uno dei pochi,
secondo gli investigatori, a conoscere
alcuni dei segreti dell’omicidio
di Mariano Bacioterracino: circostanza
che, se confermata, potrebbe
essergli costata la vita insieme
al figlio Carmine, 29enne incensurato.
Il nipote acquisito del
58enne ucciso ieri pomeriggio si
chiama Costanzo Apice e il suo nome,
come presunto assassino del re
delle rapine del rione Sanità, compare
sui giornali dalla settimana
scorsa. Se c’è un collegamento tra
il famoso video, tutto ciò che ne è
conseguito e l’agguato mortale, si
scoprirà almeno tra qualche giorno.
Mentre per ora come terza pista,
dopo quella che conduce al clan
Licciardi, carabinieri e polizia seguono
quella di uno scontro interno
alla malavita di San Pietro a Paterno.
Gennaro e Carmine Sacco alle 17
sono andati incontro alla morte in
motocicletta. Guidava il figlio del
ras quando all’improvviso da dietro
sono spuntati i killer, anch’essi in
due su uno scooter. L’eliminazione
del 58enne è avvenuta in pochissimi
secondi: il tempo per l’esecutore
materiale del duplice delitto di
prendere la mira e sparare alla testa
e al volto dell’uomo. Poi il pistolero,
con un’arma calibro 9x21, ha
fatto fuoco contro il giovane. Non
era lui il bersaglio designato e così,
approfittando di un attimo di minore
concentrazione dei sicari, è
riuscito ad accelerare nonostante
fosse già ferito. Ma dopo cinquanta
metri circa, è caduto e la fuga a
piedi è durata ben poco: un proiettile
alla nuca gli è stato fatale. E’
morto pochi minuti dopo l’arrivo, in
ambulanza, al pronto soccorso dell’ospedale
San Giovanni Bosco.
Sul posto si sono precipitati i carabinieri
della compagnia Stella, della
Stazione di Secondigliano e del
Nucleo investigativo di Napoli, che
procedono nelle indagini con il coordinamento
dei pm Sergio Amato
e Luigi Alberto Cannavale della
Dda. Investigazioni parallele vengono
svolte dai poliziotti della Squadra
mobile della questura e del
commissariato Secondigliano, anch’essi
giunti tra via della Masseria
e via Gagarin, luogo della sparatoria.
Proprio in quest’ultima strada
abitavano i Sacco e la circostanza
fa pensare ad assassini, a
volto scoperto, che conoscevano
bene il territorio.
Almeno fino a quando il giornale
andava in stampa, gli investigatori
lasciavano aperte tutte e tre le ipotesi:
un collegamento con l’omicidio
di Mariano Bacioterracino; uno
scontro interno ai Sacco-Bocchetti;
la vendetta del clan Licciardi per
gli attacchi di due anni fa, quando
furono ammazzati Carmine Grimaldi
detto “Bombolone” e un fedelissimo
di quest’ultimo.
In quel periodo Gennaro Sacco temeva
di rimanere vittima di agguati
e cambiò anche zona di residenza,
ottenendo contemporaneamente il
permesso dal Tribunale di Sorveglianza
di non andare a firmare il
registro dei sorvegliati nel commissariato
di polizia più vicino. Ma
ultimamente era tranquillo, fino all’ultimo
minuto di vita.