martedì 3 novembre 2009

Mario Savio ottiene gli arresti ospedalieri


Le sue condizioni di salute sono gravissime tant'è che è in attesa di
un fegato compatibile con il suo gruppo sanguigno per essere trapiantato.
Mario Savio, ex boss della Nuova camorra organizzata di Raffaele
Cutolo, condannato a due ergastoli e da anni al regime del carcere
duro, è in pericolo di vita e per questo ieri, dopo estenuanti battaglie,
il suo avvocato difensore Franco Piccirillo è riuscito ad ottenere gli arresti
ospedalieri. Sarà curato. In una interrogazione parlamentare fatta
da Rita Bernardini, deputata del Partito democratico, c’era scritto
nero su bianco quanto era accaduto al detenuto. Fatti che raccontano
il calvario del pregiudicato che ha il diritto sacrosanto ad essere assistito
così come avevano già ampiamente sottolineato gli avvocati difensori
Franco Piccirillo e Matilde Pontillo che ha presentato diverse
istanze. «Già a partire dal 2006 una gastroscopia ha accertato la presenza
nel detenuto di varici esofagee, sintomatiche di una malattia epatica
in evoluzione; sebbene un successivo esame effettuato a pochi mesi
di distanza non confermava la predetta diagnosi, pur rilevando una gastrite
cronica antrale - scrive la parlamentare -. Nel 2008 una successiva
ecografia ha rilevato la presenza nel detenuto di ben due lesioni epatiche,
nonostante ciò il signor Savio non veniva sottoposto ad alcuna
terapia adeguata in carcere, atteso che solo nel maggio del 2009 il medesimo
è stato sottoposto a trattamento antivirale, per di più del tutto
al di fuori dalle linee guida, perché senza preventiva determinazione
dei marcatori del virus Delta. Il 15 maggio 2009 il dottor Fabrizio Scordino
ha sottoposto il detenuto, allora ancora recluso nel carcere di Sulmona,
a consulenza medico-legale; la predetta relazione ha accertato
che Savio, durante il suo periodo di detenzione nel carcere di Sulmona,
è stato curato male e con notevole ritardo, tanto è vero che nello
stesso documento vengono paventati danni irreparabili per la salute
del paziente, fino a prevedere nefaste soluzioni; veniva quindi rappresentata
la necessità di ulteriori indagini diagnostiche mai effettuate
nonché di fronteggiare la grave patologia di cui risultava affetto il detenuto
in ambiente non carcerario», ha continuano nella sua relazione.
«Nel frattempo le condizioni fisiche del detenuto hanno continuato a
subire un ulteriore deterioramento, il che ha indotto gli avvocati ad inoltrare
presso la direzione carceraria di Sulmona una ulteriore istanza
chiedendo che il loro assistito venisse quanto meno ricoverato presso
il vicino ospedale di Avezzano; ma anche questa ennesima richiesta
veniva rigettata dalle autorità penitenziarie, se è vero, come è vero, che
nei giorni successivi il detenuto ha continuato a rimanere recluso nel
carcere di Sulmona venendo semplicemente sottoposto, di tanto in tanto,
ad accertamenti in Day Hospital presso strutture sanitarie esterne,
accertamenti che però non sono risultati idonei ad evidenziare la reale
portata della malattia»