venerdì 6 novembre 2009

Usura ed estorsioni, in manette Rea junior


È «Venere rossa» il nome dell'operazione che ha portato questa mattina all'arresto di Francesco Rea junior, il nipote del boss omonimo, a capo del clan attivo tra Casalnuovo e Volla. Impegnati nel blitz oltre 200 agenti della Direzione investigativa antimafia dei carabinieri del Comando provinciale di Napoli. Oggetto dello spiegamento di forze l’esecuzione di numerose ordinanze di custodia cautelare nell’ambito di indagini dirette dalla Direzione distrettuale antimafia nella zona dei comuni alle porte del capoluogo partenopeo. I provvedimenti della magistratura tesi a colpire l'organizzazione camorristica dei Veneruso-Rea dedita alle estorsioni e all’usura a danno di imprenditori e operatori commerciali dell'hinterland napoletano.Gli affari dell'organizzazione criminale riguardano in particolare estorsioni, usura e spaccio di stupefacenti e ammontavano a oltre 200 mila euro mensili. Nel corso delle perquisizioni sono stati sequestrati tre Rolex d’oro, un’auto blindata in uso al capo clan e diverse decine di migliaia di euro, frutto delle estorsioni e dell’usura. A riprova che la «Gomorra» campana ha tentacoli anche nel settentrione, nell’ambito dell’operazione sono state eseguite perquisizioni anche nel Nord Italia e in particolare nella provincia di Cesena, città di residenza di alcuni degli indagati. Sono stati notificati, inoltre, numerosi avvisi di garanzia a carico di altri affiliati e fiancheggiatori a piede libero perché non colpiti dall'ordinanza di custodia in carcere.Il nipote 36enne del capoclan Francesco Rea, che si chiama a sua volta Francesco Rea, è invece una delle 15 persone raggiunte da ordinanze di custodia cautelare, una delle quali notificata già in carcere, eseguite da Dia e carabinieri. Il boss si è sottratto alla cattura insieme alla «cassiera» dell'organizzazione. In totale sono almeno otto le persone che sono riuscite a sfuggire alla cattura. Francesco Rea senior - coinvolto tra l’altro nell’omicidio della piccola Valentina Terracciano, nel 2000 - era già latitante perché colpito da un provvedimento restrittivo per esecuzione della pena dovendo scontare due anni di reclusione per i reati di estorsione e associazione mafiosa.
Servivano in particolare per pagare il silenzio dei detenuti affiliati affinchè non collaborassero con la giustizia, i soldi che il clan Rea-Veneruso raccoglieva estorcendo soprattutto imprenditori edili e commercianti tra Volla, Sant’Anastasia e Casalnuovo, nel Napoletano. Clan nemico i Sarno di Ponticelli e in alcune occasioni tra i rispettivi affiliati ci sono stati veri e propri raid armati a scopo intimidatorio effettuati per il controllo del territorio. In una intercettazione telefonica il boss del clan, Francesco Rea detto «'o pagliesco» parla alla cassiera Carla Argenziano, a sua volta sfuggita all'arresto delle paghe da distribuire: «Prima si pagano i detenuti poi quelli fuori». La cassa dell’organizzazione prevedeva una rigida ripartizione dei fondi, con mensilità che andavano da mille e 500 a 5 mila euro a seconda dell’importanza dell’affiliato. Ai familiari dei detenuti in carceri lontane venivano pagate anche le spese per il viaggio. Le indagini erano scattate nel gennaio 2007 e si erano concentrate su alcuni episodi di racket al Caan (il Centro agroalimentare di Volla) di cui aveva parlato il collaboratore di giustizia Salvatore Esposito. Una caratteristica dell’attività estorsiva era poi la mancanza di periodicità delle richieste che, normalmente, in tutta la provincia di Napoli vengono pretese a Natale, Pasqua e Ferragosto. In questo caso, invece, il clan faceva visita ai propri «clienti» ogni qual volta vi era un’esigenza di cassa. Le richieste, a volte incessanti, hanno portato gli imprenditori alla completa sottomissione al clan e, in alcuni casi, alla chiusura delle aziende.