venerdì 18 dicembre 2009

Delitto Sacco, una Ferrari come esca


Una Ferrari in regalo come esca per spingere Gennaro Sacco a esporsi.
E così avvenne: il ras di San Pietro a Patierno, ucciso lo scorso 24 novembre
insieme al figlio Carmine, rifiutò l’omaggio di Salvatore Liberti,
legato ai Licciardi; anzi, come risposta lo minacciò di morte. «Voglio ucciderti,
come ho fatto con Carmine Grimaldi». Confermando ciò che gli
ex amici evidentemente sospettavano e di cui volevano avere certezza.
L’inedito racconto è di Angelo Ferrara, pentito di origini casertane e in
ottimi rapporti, fino a quando non è passato con lo Stato, con i Mariano
dei Quartieri Spagnoli e i Moccia di Afragola. Oltre a descrivere alcuni
personaggi di malavita di Secondigliano legati prima ai Licciardi e poi
ai Sacco-Bocchetti, come i fratelli Feldi detti “Tufano”, il 16 dicembre
2008 il collaboratore di giustizia raccontò ai pm antimafia la sua verità
sull’omicidio di Carmine Grimaldi: “Bombolone” per gli amici di camorra,
responsabile per conto del clan della Masseria Cardone della piazza
di spaccio di San Pietro a Patierno. Un delitto che segnò una svolta, sostennero
subito gli investigatori, perché cambiò gli equilibri malavitosi
nella zona. Ecco alcuni passaggi delle sue dichiarazioni, con la consueta
premessa che le persone tirate in ballo devono essere ritenute estranee
ai fatti narrati fino a prova contraria. Precisazione ancora più importante
in questo caso perché l’accusato non può più difendersi.
«Posso riferire circostanze in ordine all’omicidio di Carmine Grimaldi, il
cui mandante è stato Gennaro Sacco. Voglio precisare che dopo questo
omicidio il “Sasariello” (soprannome di Salvatore Liberti, legato ai Licciardi,
ndr) voleva regalare a Gennaro Sacco una Ferrari nuova e il Sacco
gliela restituì dicendo che lui voleva uccidere “Sasariello”, come aveva
già fatto con Carmine Grimaldi e ciò perché “si erano mangiati i soldi
suoi”: così disse».
Angelo Ferrara, nel corso dello stesso interrogatorio, parlò anche della risposta
del clan Licciardi. «Dopo l’omicidio di Carmine Grimaldi, i Licciardi
fecero uccidere a Capodichino (precisamente di fronte all’”autoscala”) la
persona che materialmente aveva consumato l’omicidio di Grimaldi,
che si trovava all’interno di una Smart. Quando è successo, io mi trovavo
insieme a Marco Mariano, figlio di Ciro Mariano, e siamo arrivati sul
luogo pochi minuti dopo. Successivamente mi sono recato a casa della
mamma di Marco Mariano, la quale scoppiò a piangere quando seppe
la notizia in quanto il morto era originario dei Quartieri Spagnoli. Io ho
saputo del botta e risposta da una persona che partecipava alle riunioni
con i Licciardi per la fornitura di droga».
Di Angelo Ferrara come pentito si è scritto pochissimo, al punto che in
pochi lo conoscono tra i lettori di cronaca nera e giudiziaria. Le sue dichiarazioni
compaiono nel decreto di fermo, poi tramutato in ordinanza
di custodia cautelare, a carico di 13 presunti affiliati al clan Sacco-Bocchetti.
Tra essi ci sono Ciro Bocchetti (fratello di Gaetano detto “Nanà”),
Costanzo Apice (diventato famoso per il video dell’omicidio di Mariano
Bacioterracino, nel rione Sanità) e i Feldi. Unico latitante dell’inchiesta
è Antonio Zaccaro.