sabato 23 gennaio 2010

Decapitato il clan Gallo-Limelli-Vangone


Un cartello
criminale a tre teste, in grado importare
in Italia fiumi di cocaina provenienti
dalla Spagna grazie alla connection
con alcune cellule colombiane
che riuscivano a muovere lo stupefacente
oltreoceano per le piazze
di spaccio di Napoli e del suo hinterland.
Un affaire di spaccio di droga
tra i più grandi d'Europa: la holding
del narcotraffico importava quintali
di polvere bianca ed hashish attraverso
accordi basati su strette di mano
tra personaggi di spicco della malavita
sudamericana e napoletana. Al
vertice dell’organizzazione tentacolare,
in grado di controllare tutti i traffici
illeciti sul territorio - dallo spaccio
di droga alle estorsioni, passando
per il riciclaggio di danaro sporco - vi
era il boss Giuseppe Gallo, capo della
consorteria camorristica che con i
Limelli e i Vangone è riuscito a creare
un impero economico nel triangolo
che s’estende tra Boscoreale, Torre
Annunziata e Boscoreale. Un impero
del malaffare eretto grazie alla
complicità di una serie di “infedeli”
che riuscivano a falsificare perizie psichiatriche
e a far scomparire intere
pagine dalle ordinanze depositate nei
tribunali per mandare all'aria i processi.
Con queste accuse ieri mattina
sono spiccate le ordinanze di custodia
cautelare per 86 tra capi, gregari
e favoreggiatori di quella che per gli
inquirenti era tra le organizzazioni criminali
più potenti del territorio campano:
cinque degli accusati risultano
ancora latitanti, mentre due persone
sono state ammanettate in Spagna.
Tra gli arrestati vi è anche il dirigente
sanitario dell'ospedale psichiatrico
di Aversa Adolfo Ferraro, accusato
di aver favoreggiato il boss Gallo
durante il suo periodo di latitanza terminata
nel marzo del 2009 a Messina.
L’operazione “Pandora”, avviata
nel 2004 dalla Guardia di Finanza di
Napoli, in collaborazione con lo Scico
ed i carabinieri del Ros di Salerno,
ha fatto luce su una serie di intrecci
ed interessi economici che le famiglie
malavitose tessevano per estendere
il proprio controllo anche nel Salernitano
e a Latina: le estorsioni ad
imprenditori e titolari di ristoranti, ma
anche l'imposizione dell'acquisto di
prodotti alimentari commercializzati
da ditte vicine al sodalizio, erano solo
alcune delle voci di bilancio del
clan. Tutto ebbe inizio dopo un controllo
a Scafati nel 2004 in cui emersero
i rapporti tra il clan Pesacane e la
potente famiglia di Torre Annunziata.
Poi, con il fermo della sorella del
boss Gallo, trovata in possesso di documenti
ed assegni falsi occultati sotto
il sediolino della propria vettura, in
cinque anni s'è fatta piena luce su
una storia di soldi e violenza simile a
quella del film Scarface di Al Pacino.
Intercettazioni ambientali e telefoniche
svelarono che dalla Colombia la
sostanza attraversava i canali iberici
grazie alla intermediazione diretta
dello stesso Gallo, uomo di fiducia dei
narcos sudamericani, i quali gli cedevano
la merce anche con la formula
del “pagherò”. Quintali di coca purissima
che fruttavano milioni: ieri i
Gico hanno sequestrato oltre 750 chili
di polvere bianca per un valore di
75 milioni di euro. Denaro che sarebbe
poi stato “ripulito” da funzionari di
banca ed imprenditori pronti ad investirli
anche nell'acquisto di immobili,
terreni di pregio, auto, abbigliamento
e finanche purosangue per
una scuderia di cavalli in possesso
della cosca ed intestati a prestanomi.
Beni per un totale di circa 65 milioni
di euro e che da ieri sono finiti sotto
sequestro.