mercoledì 3 febbraio 2010

Caniello accusa in aula i killer dei Sarno



È entrato in aula poco prima delle dieci. Scortato da tre poliziotti si è messo
dietro il paravento bianco ed ha dichiarato le sue generalità: «Mi chiamo
Carmine Caniello». Un interrogatorio fiume che ha messo un tassello in più
all'inchiesta sulla camorra di Ponticelli e sulla faida tra i clan Sarno e Panico
per la spartizione della zona di Sant'Anastasia. In aula c'erano i suoi ex “compagni”
che ascoltavano, a volte con agitazione, altre volte con il sorriso stampato
sul volto, quanto aveva da dire, controllato dalle domande del pubblico
ministero Vincenzo D'Onofrio, magistrato anticamorra che per primo ha preso
le sue volontà collaborative. «Ho iniziato a far parte del clan nel 1998 e l'-
ho fatto perché ero attratto dalla bella vita e dai soldi facili. Per questo motivo
ho iniziato ad avere rapporti con i Sarno». Comincia così la storia di un
killer della camorra che da pusher è salito fino ai vertici della cosca ed ha organizzato,
con il placet dei ponticellari la faida contro i “summesielli”. Ed è
proprio su questa faida che si sono concentrate le domande dell'accusa che
ha cercato passo dopo passo di ricostruire buona parte delle vicende contestate
agli imputati. Non solo l'associazione camorrisitica ma gli omicidi. «Decidemmo
di attaccare i Panico perché su Sant'Anastasia prima fecero un
discorso e poi ne fecero un altro, nel senso che prima ci dissero che volevano
la quota sulle estorsioni e poi ci dissero che la cassa delle estorsioni si sarebbe
decisa a Sant'Anastasia e che noi avremmo dovuto prendere le quote
- dice Caniello - A quel punto decidemmo di entrare in azione e portammo
avanti due intimidazioni. Nella prima volevamo ammazzare Francesco Panico.
C'erano due su una moto e altri, tra i quali io, su due auto. Lo vedemmo
affacciato ad un balcone ma quando spararono, la mitraglietta si inceppò.
Poi uscì uno dei Panico e fece fuoco ma non colpì nessuno». Poi racconta
Caniello di altre azioni di fuoco messe a segno fino all'omicidio di Gustavo
Viterbo. L'omicidio fu commesso il 21 marzo del 2004 da un gruppo di
fuoco inviato dal clan Sarno di Ponticelli fino al centro di Sant'Anastasia. I
presunti assassini furono arrestati nel corso di un blitz che non solo riuscì a
fare piazza pulita di tutti i boss che dominavano l'area vesuviana per anni e
anni ma anche a fare luce su una lunga scia di sangue dovuta ad una lotta
tra due clan, i Sarno e i Panico. In 21 sono imputati per il reato di omicidio
dinanzi la Corte d'Assise di Napoli, altri 100 dinanzi al tribunale di Nola per
il reato di associazione a delinquere di stampo camorristico. L'ex boss Luciano
Sarno solo per l'omicidio di Luigi Amico, mentre per quello di Gustavo
Viterbo non c'è stata la richiesta di estradizione e quindi il gup lo ha prosciolto.
Rispondono di omicidio anche Carmine Caniello, Paolo Di Grazia,
quest'ultimi due pentiti, Riccardo Di Grazia, Francesco Di Grazia, Fabio De
Michele, Antonio Piccolo, Eduardo Troiano, Salvatore Circone e Salvatore
Coppola, Fabio de Michele, Giovanni Panico, Francesco Panico, Raffaele
Manfellotto e Francesco Piccolo, Gerardo Perillo, Ciro Perillo, Mauro Passarelli,
Pasquale Maione, Armando Ceriello e Francesco Castaldo. Per due imputati,
Castiello e Mauri, gli atti sono stati inviati al tribunale dei Minori.