martedì 9 febbraio 2010

«Di Lauro disse: Mancuso è cosa nostra»



Un nuovo ciclone si è abbattuto
su Paolo Mancuso. Il capo
della Procura di Nola, uno dei magistrati
più in vista del distretto, per
anni al vertice della Direzione antimafia
di Napoli, è finito al centro delle
accuse incrociate di tre camorristi
di assoluto rilievo nel panorama
criminale partenopeo. Due collaboratori
di giustizia ed un “ex” pentito
lo accusano di essere stato al servizio
del clan Di Lauro. Dichiarazioni
che fanno tornare alla memoria lo
scandalo che travolse Mancuso a cavallo
tra il 2004 ed il 2005, quando in
piena faida di Scampia l'allora procuratore
aggiunto fu indagato per
rivelazione d'atti d'ufficio e favoreggiamento
aggravato dall'articolo
7: ovvero, aver agevolato un'associazione
camorristica; quella, appunto,
che faceva capo al padrino di
Secondigliano Paolo Di Lauro,
alias “Ciruzzo 'o milionario”. Fu una
storia torbida a cui seguì un'inchiesta
travagliata che si concluse con
l'archiviazione di tutte le accuse nei
confronti di Paolo Mancuso. Altrettanto
torbida e travagliata è la vicenda
attuale che, allo stesso modo
della precedente, sembra destinata
ad inevitabile archiviazione. Ricostruire
il corso seguito dal fascicolo
giudiziario contenente le accuse
contro Mancuso non è agevole: la
sua nascita, i suoi sviluppi
e ancor di più la
sua attuale definizione
sono avvolti da una fitta
nebbia. Il “Roma” ha
potuto verificare alcuni
dei pochi punti fermi di
questa storia: conviene
seguirli in ordine strettamente cronologico.
IL BOSS DELLA NCO
ED IL DAP DEVIATO
Il primo ad avanzare sospetti sul
conto del Procuratore di Nola è stato
proprio un camorrista di quel circondario:
Antonio Cutolo, vecchio
boss di San Giuseppe Vesuviano, un
tempo capozona per conto della
Nuova Camorra Organizzata del più
noto Raffaele Cutolo (ma la coincidenza
del cognome è solo un'omonimia).
Intorno al 2006 Cutolo racconta
che Mancuso, quando era al
vertice del Dap (il dipartimento dell'amministrazione
penitenziariabraccio del ministero della Giustizia
che governa tutte le carceri italiane)
si sarebbe interessato alla sorte detentiva
di alcuni camorristi dell'area
nord di Napoli. Sarebbe cioè intervenuto
a favore dei trasferimenti e
della situazione carceraria dei boss
di Secondigliano, sostiene più o meno
Cutolo. A raccogliere le sue dichiarazioni
fu l'allora pm della Dda
Maria Antonietta Troncone (oggi,
ironia della sorte, diventata procuratore
aggiunto proprio alla Procura
di Nola diretta da Mancuso). Le
notizie non furono però ritenute degne
di grande considerazione, sia
perché Cutolo raccontava per sentito
dire e senza fornire riscontri puntuali,
sia perché il personaggio era
ed è ritenuto del tutto inattendibile:
dopo aver avviato un percorso di collaborazione,
infatti, Cutolo fu arrestato
perché dal carcere mandava
ordini ai suoi affiliati e gestiva le
estorsioni nel suo paese natale. Cutolo
è poi finito in una brutta storia
di falsi dossier passati dal carcere di
Sulmona ai servizi segreti senza che
la magistratura fosse debitamente
informata (vicenda per la quale è tutt'ora
sotto processo). Insomma, una
persona da prendere con le molle. Le
accuse a Mancuso restarono così in
un cassetto.
IL PENTITO DELLA SANITÀ
Passa un anno, siamo nel 2007, e il
clan più potente della città di Napoli
entra in una crisi mortale, sfiancato
dai morti ammazzati in una sanguinosa
faida interna e dagli arresti e le
condanne di tutti i capi. Peppe
Misso junior, detto “'o chiatto”, è il
primo dei ras della Sanità a decidere
di pentirsi. Lo seguiranno fratelli,
cugini e soprattutto lo zio omonimo,
il padrino del centro storico. Peppe
Misso parla a raffica, è stato il protagonista
della faida della Sanità e
ha retto le fila della cosca durante i
lunghi anni di detenzione dello zio
capoclan. Ai pm Giuseppe Narducci
e Barbara Sargenti ricostruisce
mandanti, esecutori e moventi
di cento omicidi. E nella marea
di verbali sottoscritti dal collaboratore
di giustizia c'è anche una
pagina in cui viene fuori il nome di
Paolo Mancuso. «Noi della Sanità sapevamo
che i Di Lauro erano protetti
da Paolo Mancuso». Misso è un pentito
affidabile, secondo la Procura e
secondo i giudici che hanno utilizzato
le sue dichiarazioni nelle motivazioni
di diverse sentenze contro
la criminalità organizzata. Anche lui
però, come Cutolo, non parla di
Mancuso per esperienza diretta ma
soltanto “de relato”. Un po' poco per
“inguaiare” un magistrato dalla solidissima
reputazione come Paolo
Mancuso. Anche quelle dichiarazioni
rimangono per il momento in
un cassetto, vicino al fascicolo intestato
ad Antonio Cutolo.
IL PADRINO
DEL RIONE MONTEROSA
Passa un altro anno ancora e, nel settembre
del 2008, la camorra dell'area
Nord di Napoli è scossa da un vero
terremoto: si pente Maurizio Prestieri,
il mammasantissima dell'omonimo
clan, uno dei pochissimi
uomini di fiducia di Paolo Di Lauro,
il “signore della droga” che tratta da
pari a pari con i narcos colombiani e
che gestisce un impero transnazionale
che fattura milioni di euro. Anche
quando “Ciruzzo 'o milionario” si
eclissa per tutti, letteralmente scompare,
non usa mai nemmeno il telefono,
tanto che molti dei suoi fedelissimi
non hanno mai sentito la sua
voce, Maurizio Prestieri è tra coloro
che mantengono i contatti col capo
dei capi. Del resto è con il fratello
maggiore di Maurizio Prestieri, Raffaele,
che Di Lauro aveva mosso i
primi passi nel clan di Aniello La
Monica. Ed è sempre con Prestieri,
Raffaele Abbinante ed EnricuccioD'Avanzo che Di Lauro lanciò
la scalata ai vertici della camorra.
Ora che Prestieri è passato con la
giustizia, i magistrati della Dda sperano
di aprire un varco importante
per incunearsi e scardinare gli assetti
di potere della camorra dell'area
settentrionale di Napoli. Ad interrogare
il boss del Rione Monterosa corrono
i pm Luigi Alberto Cannavale
e Stefania Castaldi. In uno
dei primi verbali, Maurizio Prestieri
spiega: «Paolo Di Lauro mi disse che
il dottor Mancuso era il suo referente
nella Procura di Napoli».
Il FASCICOLO
ALLA DDA DI ROMA
Tutti i pm napoletani che si sono trovati
davanti a queste dichiarazioni
hanno dovuto interrompere il collaboratore
di turno, perché non spetta
a loro indagare su colleghi magistrati
che lavorano nello stesso distretto.
I verbali dei tre boss di camorra
sono finiti prima sulla scrivania
del coordinatore della Direzione
antimafia, all'epoca il procuratore
aggiunto Franco Roberti (oggi capo
della Procura di Salerno), e quindi
su quella del procuratore capo,
Giovandomenico Lepore. Se le
dichiarazioni di Cutolo non valevano
granché e quelle di Peppe Misso erano
poca cosa, ora ci sono anche
quelle di Maurizio Prestieri. Così,
nell'ottobre del 2008, il fascicolo parte
per la Procura di Roma, l'unica
competente ad indagare sui magistrati
partenopei. I verbali vengono
spediti nella Capitale come “atti inerenti
a”, come un seguito di trasmissione
di quanto a suo tempo comunicato,
nel 2004: le famose carte
sui compagni di caccia di Mancuso
che diedero il via alla precedente inchiesta,
condotta dal pm
Andrea Mosca e dal
procuratore aggiunto
Achille Toro, archiviata
nel 2005. Alla Procura
di Roma viene aperto
quindi un nuovo fascicolo,
che viene affidato
a Giuseppe De Falco, pm della Direzione
antimafia della Capitale coordinata
dal procuratore aggiunto
Giancarlo Capaldo.
VERSO L'ARCHIVIAZIONE
Cosa è successo in quest'ultimo anno
e mezzo è difficile dirlo con un
sufficiente grado di certezza. Il “Roma”
ha potuto verificare che nessuna
comunicazione è stata data dalla
Procura di Roma al ministero della
Giustizia e al Consiglio superiore
della magistratura, che sono attualmente
all'oscuro delle accuse mosse
dai pentiti napoletani al procuratore
Mancuso. Se ne può quindi ragionevolmente
dedurre che il fascicolo
non è stato iscritto a “modello
21” (fatti costituenti reato) e Mancuso
non è stato iscritto nel registro
degli indagati. Perché in quel caso
la comunicazione al ministero ed al
Csm sarebbe stata automatica.
Egualmente all'oscuro di tutto è la
Commissione parlamentare antimafia.
Del resto i tre dichiaranti parlavano
tutti “de relato”, ovvero senza
conoscenza diretta dei fatti, e riferivano
cose generiche risalenti a
molti anni addietro. Nel frattempo il
boss Di Lauro è stato arrestato e condannato
a trenta anni, il suo clan è
alle corde. Trovare oggi prove certe
per riscontrare le accuse dei tre pentiti,
o presunti tali, risulta quanto
meno improbabile. Ed è quindi naturale
che il fascicolo “inerente” a
Paolo Mancuso, probabilmente rimasto
a “modello 45” (fatti non costituenti
reato), sia avviato su un binario
morto. D'altro canto ben può
essere che le voci su Mancuso siano
state seminate ad arte, per infangare
un magistrato che per anni
è stato al vertice della lotta alla criminalità
organizzata. Già in occasione
della precedente inchiesta su
di lui, Mancuso si difese sostenendo
che era stato ordito un complotto ai
suoi danni da parte di magistrati,
politici, esponenti delle forze dell'ordine
e giornalisti. Per fare chiarezza
su tutti questi aspetti, a vantaggio
innanzitutto del Procuratore
di Nola, che deve essere in grado di
difendersi da eventuali calunnie
messe in circolazione sul suo conto,
bene farebbe la Procura di Roma a
porre la parola fine su questa vicenda
nella massima trasparenza, informando
gli organi competenti delle
verifiche fatte e delle conclusioni
a cui si è giunti..
ARTICOLO COPIATO DAL GIORNALE IL ROMA SCRITTO DA ROBERTO PAOLO.