mercoledì 10 febbraio 2010

«Patto tra clan per i favori di Mancuso»


Dei tre boss che accusano
il Procuratore di Nola Paolo Mancuso,
il più sorprendente è di certo
Peppe Misso junior. Antonio Cutolo
, infatti, ha passato molti anni
della sua vita in galera e non meraviglia
che abbia potuto raccogliere
voci e dicerie dai tanti compagni di
cella che si sono succeduti. Maurizio
Prestieri è stato al vertice della
camorra secondiglianese, ed è stato
a lungo il braccio destro del padrino
Paolo Di Lauro, alias “Ciruzzo
‘o milionario”: non stupisce che
possa aver ascoltato, nei summit tra
boss, pettegolezzi o millanterie sulle
coperture eccellenti di cui la cosca
avrebbe goduto per crescere e prosperare.
Ma cosa può sapere Peppe
Misso junior, ras del quartiere Sanità,
sulle presunte protezioni del boss
di Secondigliano Paolo Di Lauro?
IL VERBALE DEL 2007
La risposta è in un verbale che il collaboratore
di giustizia sottoscrive nel
2007, davanti ai pm della Dda di Napoli
Barbara Sargenti e Giuseppe
Narducci. Bisogna ricordare che
Peppe Misso jr, “’o chiatto”, era uno
dei nipoti prediletti dell’ex padrino
di largo Donnaregina Peppe Missi
(il diverso cognome è dovuto ad
un errore dell’ufficio anagrafe),
detto “’o nasone”, carismatico leader
della camorra partenopea, prima
amico fraterno del ras di Forcella Luigino
Giuliano “’o re”, poi invischiato
nelle trame nere degli anni
di piombo (arrestato, processato e
parzialmente assolto per la strage del
Rapido 904), infine autore del romanzo
autobiografico “I leoni di marmo”,
vero manuale di storia della criminalità
partenopea. Peppe Misso jr
cresce all’ombra dello zio di cui diventa
fedelissimo killer e “ambasciatore”
nei rapporti con i Lo Russo
di Miano, i Mazzarella del Mercato
e i secondiglianesi. Durante la
detenzione dello zio, prende le redini
del clan assieme al fratello Emiliano
Zapata e lo conduce alla dissoluzione
dopo una sanguinosa faida
interna con il gruppo che faceva
capo a Salvatore Torino. Arrestato,
condannato e convinto a collaborare,
arriva così a mettere a verbale
anche le dichiarazioni che tirano in
ballo il procuratore Paolo Mancuso.
IL PATTO CON I
SECONDIGLIANESI
Riferisce “’o chiatto” che anni addietro,
all’incirca nel 2003, chiese alla
zio Peppe Missi il motivo della loro
alleanza con il clan Di Lauro: che
bisogno c’era dal momento che, assieme
ai Sarno e ai Mazzarella, i Misso
già costituivano il cartello criminale
più potente di tutta la Campania?
«Mio zio mi riferì», racconta il
giovane pentito, «che le ragioni dell’accordo
non erano di tipo militare.
E che i motivi che lo avevano spinto
a coalizzarsi con i secondiglianesi
erano pincipalmente due». Il primo
motivo era che Paolo Di Lauro aveva
insospettabili e potentissime centrali
di riciclaggio dei proventi illeciti.
E con l’alleanza anche i Misso
avrebbero potuto fruire degli stessi
canali per “ripulire” i soldi sporchi
provento dei traffici criminali della
cosca.
IL RUOLO DI STEFANO
MARANO
Il secondo motivo dell’accordo,
avrebbe riferito Peppe Missi al nipote,
era che i Di Lauro avevano fortissime
protezioni in ambienti giudiziari,
e in particolare «contavano in
procura sull’appoggio di Paolo Mancuso
», all’epoca procuratore aggiunto.
Peppe Misso junior aggiunge che,
sempre secondo quanto gli riferì lo
zio, «i rapporti tra Mancuso e Di Lauro
erano di lunga data, risalivano ai
primi anni ‘90, ed erano continuati
anche quando Mancuso era stato al
vertice del Dap», il dipartimento ministeriale
che gestisce le carceri italiane,
dal ‘98 al 2001. Peppe Missi
avrebbe anche confidato al nipote altri
particolari, tra cui quello che a gestire
i rapporti tra il padrino di Scampia
ed il magistrato sarebbe stato il
comune amico Stefano Marano,
potente imprenditore di Melito. Peppe
Missi avrebbe aggiunto che è stato
proprio grazie a tali protezioni che
Paolo Di Lauro ha potuto prosperare
pressocché indisturbato per tutti gli
anni ‘90, fino a diventare il più ricco
e potente boss del narcotraffico europeo.
Dichiarazioni, beninteso, che
lasciano il tempo che trovano in assenza
di riscontri concreti (riscontri
su cui sta lavorando, non si sa con
quali esiti, la Procura di Roma).
LE PROTEZIONI DI DI LAURO
In effetti, bisogna ricordare che la misteriosa
“navigazione sotto traccia”
di Paolo Di Lauro, la cui potenza economica
e militare è cresciuta esponenzialmente
in una decina di anni
in maniera quasi del tutto inosservata,
fa parte della mitologia camorristica
partenopea ed è finita anche
al centro di numerose interrogazioni
parlamentari quando il clan implose
nella sanguinosa faida di
Scampia, nel 2004, con un centinaio
di morti ammazzati in pochi mesi.
Per la cronaca va registrato che la
prima maxi-indagine contro il clan
Di Lauro è stata avviata dall’allora
pm Luigi Bobbio e conclusa dal sostituto
procuratore Giovanni Corona
che, nel 2002, ottenne dal gip
Pierluigi Di Stefano una maxi-ordinanza
di custodia cautelare, la prima
nei confronti di Paolo Di Lauro,
che costrinse il padrino a darsi alla
latitanza. Ma ormai “Ciruzzo ‘o milionario”
aveva costruito un impero
economico e militare difficile da
sconfiggere.
Articolo preso dal giornale il roma scritto da ROBERTO PAOLO..