giovedì 20 maggio 2010

«I Servizi segreti chiesero al boss Giuseppe Misso di mettere pace tra i clan»


Al boss del rione Sanità Giuseppe Misso fu chiesto di mettere fine alla guerra tra i clan in quanto "c'era la necessità che nella città di Napoli non ci fossero scontri diretti tra le organizzazioni camorristiche o
faide eclatanti perché c'erano in corso procedure per opere
pubbliche importanti" e "soprattutto le istituzioni non
dovevano essere insidiate".
A rivelare il presunto intervento di apparati dello Stato
("appartenevano alle istituzioni, forse ai servizi") per
realizzare una tregua tra le cosche napoletane è il pentito
Michelangelo Mazza, nipote di Misso. L'interrogatorio è stato
reso il 10 settembre 2007 al pm Giuseppe Narducci e oggi il pm
della Direzione distrettuale antimafia di Napoli Sergio Amato lo
ha depositato davanti al gup in un processo contro esponenti del
clan.
Nell'interrogatorio il collaboratore di giustizia parla di un
incontro che si sarebbe svolto alla sua presenza alcuni anni fa
in un ristorante di Salerno tra Misso e due persone "la prima
di circa 60 anni, portava un vestito, la seconda aveva più o
meno 40 anni e portava una maglietta e un jeans". Mazza
racconta che, armato di due pistole, svolgeva il ruolo di
guardaspalle dello zio che temeva di finire in una trappola.
"La persona più giovane - racconta il pentito intervenne nella
conversazione volendo puntualizzare che loro non chiedevano
delle cose ma le ordinavano". Il presunto incontro non ha una
datazione precisa, tuttavia il collaboratore lo colloca ''tre
mesi prima che avvenisse la scarcerazione di Eduardo Contini'',
esponente di primo piano della camorra napoletana contro cui
erano in guerra i Misso. Il piu' anziano degli interlocutori
preciso' che Misso ''non sarebbe stato da solo in questa opera
finalizzata a garantire una specie di assestamento e ad evitare
una guerra di camorra''. L'uomo rivelo' che 'di li' a poco un
suo amico sarebbe stato scarcerato e che lui, quindi, avrebbe
dovuto accodarsi... disse che loro sapevano bene quali erano le
nostre difficolta' economiche e che pero' si sarebbe aperta per
noi una prospettiva diversa ed avremmo potuto guadagnare
molto''. ''La persona anziana - ha aggiunto - invito' mio zio a
considerare che ormai i tempi erano cambiati e che comunque loro
sarebbero stati presenti in questa situazione almeno sino a
quando mio zio non si sarebbe di nuovo esposto. Il colloquio
termino' senza che venissero pronunciate parole esplicite o di
rassicurazione. Anzi, in verita', tutta la conversazione fu
allusiva e nessuno disse parole chiare ed esplicite''.
Ma chi erano i due interlocutori? ''Compresi che
appartenevano alle istituzioni, forse ai servizi segreti, e che
in sostanza dicevano a mio zio che doveva adoperarsi per
impedire una guerra di camorra e che l'unica cautela per lui e
per la sua vita era quella di limitarsi a fare il criminale
senza pensare a cose diverse e riguardanti le istituzioni''.
''Dopo un po' di tempo - racconta il collaboratore di
giustizia - avvenne con modalita' molto singolari la
scarcerazione di Eduardo Contini e quasi subito dopo Contini
fece una offerta insistita e reiterata di pace a mio zio. Ho
gia' spiegato in altri verbali la modalita' e i tempi in cui
intervenne l'accordo tra mio zio e Contini. E' ovvio che pensai
subito alla previsione fatta dalla persona anziana nel corso del
colloqui a Salerno, cioe' a quell'amico di mio zio che sarebbe
stato scarcerato e che si sarebbe adoperato per la pace in
citta'. Ma anche altri successivi avvenimenti sono stati da me
interpretati come manifestazione concreta di quel discorso fatto
a Salerno''. Il pentito cita l'incontro con un tale Franco,
calabrese, che avrebbe proposto a Misso il monopolio sulla droga
da spacciare a Napoli, una proposta che sarebbe stata rifiutata,
e si sofferma sull'intervento di un altro boss della camorra,
Paolo Di Lauro, che si sarebbe attivato per fare ottenere a
Misso un grosso prestito di denaro: ''diceva che lui avrebbe
perso quei cinquecento milioni ma che si stavano aprendo
prospettive piu' fruttuose dal punto di vista economico e che
quindi quella somma era poca cosa rispetto a cio' che stava per
accadere''.
''Tante volte, prima del suo ultimo arresto - ha affermato
Michelangelo Mazza - mio zio mi ripeteva che io avrei dovuto
sempre adoperarmi affinche' nulla succedesse nella citta' di
Napoli, cioe' non scoppiasse una guerra di camorra''.
Giuseppe Misso, interrogato dai pm, non ha tuttavia
confermato le dichiarazioni del nipote. ''Questo racconto �
assurdo e vi chiedo di mettermi a confronto con mio nipote
Michelangelo'', ha detto ai magistrati.