sabato 29 maggio 2010

Tortora, il pentito Melluso chiede scusa alle figlie

«Chiedo scusa, profondamente
scusa, ai familiari di Enzo
Tortora (nella foto). Mi rivolgo soprattutto
alle figlie Gaia e Silvia, che
hanno patito l’inferno per colpa mia.
È difficile che accettino di perdonarmi,
lo so, ma sento il dovere di
contribuire con la massima onestà
a questa storia. Voglio dichiarare
una volta per tutte che il presentatore
Tortora era innocente. Che non
c’entrava con la camorra, la droga o
qualsiasi forma di malavita organizzata.
Tortora è stato una vittima, e
come tale va onorato». Così l’ex mafioso
Gianni Melluso ribadisce al settimanale
L’Espresso di aver mentito
quando accusò il presentatore di
spacciare cocaina. «Lo ribadisco ora
che sono uscito dal carcere e riassaporo
la libertà: vorrei fosse vivo,
Tortora, per inginocchiarmi davanti
a lui. Una persona perbene, finita
nel tritacarne delle menzogne». L’ennesimo
capitolo di una storia partita
la notte del 17 giugno 1983, quando
Tortora viene arrestato con l’accusa
di associazione camorristica finalizzata
allo spaccio, lanciata dai
boss Giovanni Pandico e Pasquale
Barra. Melluso entra in scena dopo,
nel febbraio 1984, raccontando ai
magistrati napoletani di avere fornito
a Tortora cocaina da smerciare
nel mondo dello spettacolo. «Non voglio
essere ricordato solo come un
accusatore fasullo. Sento il bisogno
di liberarmi la coscienza, e per farlo
devo cominciare proprio dal febbraio
1984, quando Tortora era già in
prigione per le accuse di Barra e
Pandico. In quel momento, mi trovavo
nel carcere di Pianosa con i più
spietati criminali del dopoguerra italiano:
da Raffaele Cutolo e Leoluca
Bagarella, miei compagni di cella, a
Graziano Mesina e Renato Vallanzasca.
Stavo scontando dal 1978 varie
condanne, e non potevo immaginare
cosa sarebbe successo». Una
mattina, dice, «vennero a prelevarmi
i carabinieri. Non capivo quale fosse
il problema, ma poi mi hanno accusato
di spacciare cocaina, per
conto del boss Francis Turatello, agli
artisti che frequentavo». Tutto vero,
riconosce Melluso: «In effetti vendevo
droga, ed è innegabile che conoscessi
i cosiddetti vip, come testimoniano
le foto con dedica che
mi furono sequestrate, dov’ero assieme
a Walter Chiari, Amanda Lear
e Barbara D’Urso («Non miei clienti
», afferma, ma all’epoca accusò ingiustamente
Chiari di comprare droga
da lui e spacciarla, ndr.)». Tortora
invece non lo conosceva, assicura
Melluso. Lo aveva seguito in televisione,
come milioni di italiani. «È
stato un mio ex amico, il boss Andrea
Villa, a sostenere di avermi visto
per locali con Tortora e belle donne.
E sempre Villa ha accusato il presentatore
di essere un pusher cocainomane
legato a Turatello». Calunnie,
commenta oggi Melluso:
«Uno schifo», ripete a voce bassa.
Resta il fatto che nel 1984 la sua linea
eèdiversa: anzi, diametralmente
opposta. «Dichiarai ai magistrati
di avere consegnato a Tortora droga
in quattro occasioni. l’attività di spacciatore che Tortora
avrebbe svolto nello showbiz». Insomma:
Melluso avalla la linea Pandico-
Barra-Villa: «In parte perché
speravo, grazie a queste menzogne,
di uscire prima dal carcere. Ma anche
per una ragione che non ho mai
rivelato. In quel periodo, mi avvicinarono
nella caserma Pastrengo di
Napoli Barra e Pandico, che stavano
collaborando con la giustizia. Mi
dissero: «Caro Gianni, Tortora è già
in galera. Lo abbiamo punito perché
non ci ha trattato con rispetto (si
parlò di una folle vendetta di Pandico,
risentito perché Tortora non aveva
mostrato nel programma Rai
“Portobello” i centrini ricamati in
carcere da un amico, ndr). Segui la
nostra versione, che ti conviene...».
Il tutto con un tono che non prevedeva
repliche. «Era un ordine», racconta
Melluso: «Barra e Pandico rappresentavano
i vertici della nuova
camorra, ordinavano gli omicidi in
carcere: dovevi obbedire. E così ho
fatto, mi sono inventato episodi da
propinare ai magistrati». Accusato
anche da altri pentiti, attirati dalla
pubblicità che il caso garantisce,
Tortora resta sette mesi in carcere.
Poi gli vengono concessi
gli arresti domiciliari.
Poi ancora, nel
settembre 1985, viene
condannato a dieci
anni per associazione
di stampo camorristico
e spaccio. Soltanto l’anno
seguente la Corte d’appello lo riconosce
innocente, e lo stesso fa la
Cassazione nel 1987. Ma è una soddisfazione
tanto grande quanto breve,
perché il 18 maggio 1988 il presentatore
muore per tumore.
«Un finale che non mi sono mai scrollato
di dosso - dice Melluso - Nel
1994, il tribunale di sorveglianza di
Perugia mi ha fatto uscire dal carcere
affidandomi ai servizi sociali. Avrei
dovuto essere felice, ma ho continuato
a provare rimorso per il male
fatto a Tortora». Tantopiù «che Barra
e Pandico mi ripetevano quant’ero
stato leale con loro. Complimenti che
da un lato mi tranquillizzavano, dall’altro
mi facevano sentire un vile».
Da qui, dice, decolla definitivamente la volontà di denunciare il complotto
contro Enzo Tortora: «Dalla
nausea che provavo verso me stesso
e l’ambiente che frequentavo».
Tornato a fine ‘94 in carcere, per una
rapina in provincia di Perugia, Melluso
parla con i magistrati: «Dissi che
avevo mentito, che i boss volevano
vendicarsi con Tortora per un presunto
sgarro». Decisione non facile,
sostiene l’ex mafioso, perché in cella
gli arrivano le pesanti ambasciate
di Barra e Pandico: «Mi mandavano
a dire che volevano uccidermi. E anche
i giudici napoletani ce l’avevano
con me, perché avevo sostenuto
che si erano mossi in cattiva fede».
L’unica colpa di quei magistrati, afferma
oggi Melluso, è «essere caduti
nella trappola di Barra e Pandico».
E per rinforzare il concetto, racconta
dell’incontro avvenuto tra lui e
Barra a inizio anni Duemila, quando
s’incrociano dentro al carcere di Palermo:
«Ci siamo parlati durante l’ora
d’aria. Ricordo quanto il boss fosse
furibondo con me. “Ma che sei andato
a dire ai giudici?”, mi urlò. “Perché
insisti a cacciarti nei guai per
difendere Tortora? Che te ne frega,
Gianni? Pensa alla tua pelle, prima
che a lui...”. Spiega, Melluso, di avere
provato a rispondergli calmo. «Ho
detto a Barra che non volevo passare
alla storia come il principale accusatore
di Tortora. Ma visto che non
mi ascoltava, ho urlato anch’io come
un pazzo: “Avete sparato troppe
cazzate, tu, Pandico e i cretini che
vi hanno seguito... Non voglio rimetterci
per colpe vostre!”. Al che
Barra mi ha sorriso: “Saranno pure
cazzate, ma i magistrati se le sono
bevute per un pezzo. Diciamo che
quattro guai seri li abbiamo fatti passare,
a Tortora...”. Quello che esaltava
Barra, a sentire Melluso, «è essere
riuscito a rovinare fino all’ultimo
la vita del presentatore». E anche
questo ricordo, dice, lo spinge a
chiedere perdono: «A volte», spiega
accendendo l’ennesima sigaretta,
«ripenso alla pazienza con cui i magistrati
mi hanno interrogato per mesi,
mentre io cercavo di depistarli.
Rivedo anche la grinta di Tortora nel
cercare di liberarsi dalle mie falsità...
». E tutto questo dolore, questo
inganno che ha provocato danni irreparabili,
«mi fa sentire in dovere di
esibire la mia vergogna in pubblico».
Gianni Melluso non ha accusato soltanto
Enzo Tortora e Walter Chiari di
essere spacciatori di droga. Ha puntato
il dito anche contro il cantautore
Franco Califano, condannato negli
anni Ottanta a quattro anni e
mezzo di carcere, e poi assolto in via
definitiva. «Devo chiedergli perdono
- dichiara oggi Melluso - perché oltre
a essere innocente, è stato al mio
fianco in serate indimenticabili alle
quali partecipava il boss Francis Turatello.
Califano è padrino di battesimo
di suo figlio». Il cantante, conclude
Melluso, «consumava cocaina,
amava fare la bella vita e si circondava
di donne, ma non è mai stato
uno spacciatore: soltanto un grande
artista che la camorra mi aveva chiesto
di screditare»ARTICOLO PRESO DAL GIORNALE IL ROMA.