mercoledì 2 giugno 2010

«Carcere a vita per i fratelli Calzone

Contro di loro le accuse di un testimone oculare ma soprattuto quelle
dei collaboratori di giustizia che li hanno incastrati. Adesso i fratelli
Carmine e Rito Calzone, indagati per omicidio, rischiano di essere condannati
all’ergastolo. È quanto il pm della Dda di Napoli ha chiesto per
entrambi. La sentenza sarà pronuciata solo a fine mese. I due sono considerati
fedelissimi di Cesare Pagano. Carmine “’a golia” in particolare
fu riconosciuto da un sottufficiale della Guardia di Finanza come uno
degli esecutori materiali dell'omicidio di Antonio Pitirollo, cugino dei
De Lucia e quindi vicino ai Di Lauro.
Secondo i testimoni oculari l'uomo era assieme al fratello Rito detto “'o
pisano”, elemento di primissimo piano degli scissionisti quando ammazzarono
il rivale davanti ad un ufficio postale, dove era in fila, per
l'appunto, il maresciallo delle Fiamme gialle che li riconobbe incastrandoli.
D'altro canto i i fratelli Calzone erano già noti alle divise che
bene conoscono i mali di Napoli, e anche perché sono diversi i pentiti
che hanno parlato del loro ruolo all'interno della cosca degli Amato-
Pagano. In particolare, di Carmine Calzone hanno parlato i collaboratori
di giustizia Andrea Parolisi, Gaetano Conte e Giovanni Piana. Adesso
toccherà a Luigi e Saverio Senese, Claudio D'Avino e Cerabona difendere
i due fratelli dalle accuse. Eppure Antonio Pitirollo lo volevano morto
tre clan: i Di Lauro, i Sacco-Bocchetti e gli Amato-Pagano. Il suo omicidio
è stato l'unico che non ha scontentato nessuno. I Di Lauro avevano
intenzione di eliminarlo perché era passato con gli scissionisti,
gli scissionisti perché durante la faida non era passato con loro, i Sacco-
Bocchetti perché aveva fatto uno sgarro ad un ras della zona. Questi
retroscena li racconta il nuovo collaboratore di giustizia della cosca,
Carlo Capasso, che da persona libera, ha deciso di consegnarsi alla Procura
ed ha iniziato a raccontare ai pm della Dda Stefania Castaldi e
Luigi Alberto Cannavale, quello che è accaduto dal 2005 al 2010 nell'area
nord di Napoli ed è stato sentito anche nella scorsa udienza, l’ultima.
In particolare i nomi di presunti assassini e mandanti degli omicidi
della prima, ma soprattutto della seconda faida, dove Carlo Capasso
è stato un killer fidato dei Di Lauro. In un suo verbale, datato 8
aprile 2010 l'uomo fa un breve resoconto di quello che conosce dell'omicidio
di Antonio Pirollo, assassinato il 30 dicembre del 2008 in via
del Cassano, nella zona del Perrone, roccaforte del gruppo De Lucia, federati
ai Di Lauro. «Mi sono affiliato al clan Di Lauro nel 2003 - dice il
collaboratore di giustizia -. Sono entrato nella cosca grazie a Vincenzo,
Marco e Nunzio Di Lauro. Li conoscevo. Ho iniziato a gestire la piazza
di spaccio di Melito, quella nella 219. Poi scoppiò la faida. Io nel gennaio
del 2005 chiesi di entrare a far parte del gruppo di fuoco - ha detto
il neopentito - Lo feci grazie a Giuseppe Pica che intercesse per me
con Marco Di Lauro che già era latitante». Così iniziò la carriera criminale
di Capasso che ha raccontato per filo e per segno tutti i delitti che
lui per prima ha commesso partendo ovviamente dai raid ai quali ha partecipato
in prima persona.