domenica 6 giugno 2010

L'emblematica intervista al boss Giacomo Cavalcanti

Condannato a 24 anni di galera per un omicidio avvenuto 25 anni fa ma assolto
clamorosamente in appello, lo scorso giovedì. Per Giacomo Cavalcanti, l’ex
boss della mafia flegrea soprannominato “’o poeta”, la vita è stata davvero
un’altalena. Ha scontato il suo debito con la giustizia trascorrendo 17 anni in
carcere (per buona parte in isolamento). Poi si è rifatto una vita al Nord. Vent’anni
dopo, ecco arrivare la nuova, gravissima accusa: essere stato il mandante
dell’omicidio del boss Alvino Frizziero. Ancora una volta l’arresto, la prima
condanna, poi una scarcerazione che ha fatto discutere tutta Italia. Ora
l’assoluzione e un libro di prossima pubblicazione che promette rivelazioni
eclatanti e un mare di polemiche. Questa è la sua prima intervista ad un giornale.
«Alla soglia dei 60 anni, mi preparavo alla pensione. Invece questa accusa mi
ha aperto una prospettiva catastrofica. Ora mi sento come rinato. Questa sentenza
mi ha ridato la vita. Ma io ho avuto sempre fiducia nella magistratura.
In primo grado c’è stato un evidente errore di valutazione, ma il nostro ordinamento
prevede gli opportuni rimedi. E infatti il risultato è stato l’assoluzione.
Io mi sono sempre professato innocente, e la verità è venuta fuori. Spero
che questo metta fine alle polemiche per la mia scarcerazione».
Si è gridato allo scandalo, forse c’è stato anche un cortocircuito mediatico,
confondendo la custodia cautelare in attesa di giudizio con
l’esecuzione della pena.
«È stata una scempiaggine,
c’è stato anche qualche
politico che ci ha fatto
la campagna elettorale
sulla mia scarcerazione.
Un ex ministro della
Giustizia, in particolare,
non poteva ignorare che
un cittadino in attesa di
giudizio è innocente fino
a sentenza definitiva. Lo dice la Costituzione. Per la custodia cautelare occorre
essere pericolosi o in grado di reiterare il reato. Io ero in cella per un omicidio
del 1985, e da vent’anni vivo e lavoro lontano da Napoli e da contesti criminali.
Non sono stato scarcerato perché scrivo poesie, come qualcuno ha voluto
far credere».
Lei era accusato da un collaboratore di giustizia, Bruno Rossi. La Corte
d’appello non gli ha creduto. Che idea si è fatto del pentitismo?
«Lo Stato giustamente ha bisogno dei pentiti. Però da soli non possono bastare.
Del resto abbiamo ottimi magistrati ed ottimi investigatori in tutte le forze
dell’ordine e nei corpi speciali, tecnologie d’indagine evolutissime, di analisi
e di intercettazione. Quando si porta una persona davanti ad una Corte
d’assise ci vogliono anche elementi di fatto oltre alle parole dei pentiti, che a
volte riferiscono cose per sentito dire e si autoriscontrano uno con l’altro. Il
pentito deve essere un mezzo per arrivare alla verità, non può essere la Verità
».
Dice di essere rinato dopo questa sentenza, cosa farà della sua nuova
vita?
«Ora, piano piano, devo ricostruirla. Avevo una piccola attività imprenditoriale
che ho dovuto chiudere. Devo ripartire da zero, non è facile sia per la crisi
economica sia perché sono un 60enne meridionale al Nord, con tutta la pessima
fama che ho avuto....».
Verona da questo punto di vista è una città difficile?
«Sono grato a questa città, non ho trovato un ambiente ostile, nonostante le
notizie sul mio conto ho trovato accoglienza. La gente che mi ha conosciuto

in questi vent’anni non ha creduto alle nuove accuse che mi sono piovute addosso.
Tra quello che leggevano sui giornali e la propria esperienza personale,
le persone si sono fidate della seconda. Comunque non è stato facile».
Cosa l’ha aiutata in questi mesi sulla graticola giudiziaria?
«Ho ripreso a scrivere e dipingere. Bisogna andare avanti».
E ora arriva il libro, “Viaggio nel silenzio imperfetto”, che uscirà nei
prossimi mesi per Pironti. Guarda caso si parla di innocenti in carcere.
«Ci sono varie storie di cronaca giudiziaria molto note che io racconto a modo
mio, così come le ho apprese, senza esprimere giudizi. E poi queste storie
si intrecciano alla mia storia personale, i 17 anni di carcere, che è stata una storia
di solitudine e disperazione».
E tutte queste storie sono accomunate da cosa?
«Dal fatto che sono stati compiuti degli errori giudiziari, ritengo io. E questi errori
spesso sono dipesi dal fatto che la magistratura si è rifiutata di approfondire
le indagini, sulla base di precisi indizi, preferendo basarsi solo sulle dichiarazioni
dei pentiti. Questo fenomeno sta diventando una “tarantella”. Nei
mesi trascorsi in un carcere di massima sicurezza ai confini del Paese, ho conosciuto
personaggi che già pianificano di pentirsi in caso vadano male i propri
programmi criminali. Programmano già da ora il proprio pentimento futuro.
È una situazione assurda e pericolosa, sulla quale c’è bisogno di un’attenta
riflessione».
In un’intervista televisiva il mese scorso lei ha parlato del caso Siani,
affermando che il vero copevole dell’omicidio del giornalista napoletano
le ha confessato in cella il delitto. E il nome del suo complice,
che nel frattempo è morto. Ne parla anche nel libro di prossima
uscita. La procura l’ha convocata dopo queste rivelazioni? È stato
interrogato in merito?
«No, nessuno è venuto a chiedermi niente».
Perché rivela queste cose solo ora?

«Ho scritto nel libro la mia verità per come l’ho appresa e senza alcun interesse
personale. L’ho tenuta in me tanto tempo per vari motivi. Non volevo
nemmeno che si pensasse che parlavo per ottenere qualcosa quando ero in carcere
».
Sul caso Siani c’è stato un processo finito con le condanne definitive
di killer e mandanti...
«Sì lo so. Del resto non pretendo che si prendano per buone le mie parole. Lì
c’è un Dna da verificare (quello sulle cicche di sigarette trovate sul luogo dell’omicidio
di Giancarlo Siani, ndr). Se dall’esame risulta vero quello che dico,
allora abbiamo una prova scientifica. Altrimenti, vorrà dire che le mie sono
solo chiacchiere senza fondamento».
La sua ricostruzione prevede anche un movente diverso da quello
emerso nel processo.
«Sì, ma è un movente che fu oggetto della prima inchiesta sull’omicidio Siani
e si riferisce alle cooperative di ex detenuti. Furono anche arrestati Rubolino
e Ciro Giuliano (poi prosciolti e deceduti, ndr)».
Nel libro si parla pure dell’omicidio di Franco Imposimato, sindacalista,
ambientalista e fratello del giudice Ferdinando Imposimato.
Qual è la sua verità?
«Il mandante dell’omicidio è un siciliano, ma non si tratta di Pippo Calò (condannato
per l’omicidio Imposimato, ndr). Nel libro c’è il nome, il cognome e il
perché. Poi se si vuole si può riscontrare. Io racconto quello che ho appreso in
carcere, non devo essere io a fare i riscontri. Ma non posso dirle di più, per
una questione di correttezza nei confronti dell’editore. Aspettiamo che esca
il libro».
E poi c’è il caso dei “mostri” di Ponticelli: due bambine stuprate e uccise.
«Anche in quel caso, secondo me sono in carcere tre innocenti. Come e perché
lo racconto nel libro»
Date le anticipazioni, si prevede che susciterà reazioni forti. Non teme
ricadute sfavorevoli?
«Sono cosciente che è un libro sotto certi aspetti pericoloso. L’ho detto anche
al mio editore, Tullio Pironti. Sa cosa mi ha risposto? “Ho 75 anni e non ho più
paura di niente e di nessuno”. Comunque, credo che inviterà a riflettere chi
vuole riflettere. Una cosa sia chiara: io non ho alcun interesse in questi casi,
non voglio lanciare salvagenti a nessuno, e in cambio non ho mai chiesto né
chiedo niente, non è merce di scambio. È solo la mia verità, per come l’ho appresa.
Ma nel libro non si parla solo di storie giudiziarie».
E di cosa altro?
«Un capitolo è dedicato ad una proposta di riforma del sistema penitenziario,
fatta da chi in galera ci ha vissuto e non da politici che di carceri non capiscono
niente. L’idea è di trasformare le prigioni in fabbriche, sia perché così non costerebbero
niente al contribuente, sia per renderle luoghi in cui i detenuti vengano
recuperati veramente».
E dopo questo libro, quali sono i suoi progetti futuri?
«Sono libero da vent’anni, lavoro onestamente. Ho una moglie e tre figli che
studiano o lavorano lontano da Napoli. Sotto il profilo familiare posso dire di essere
una persona che ha realizzato i suoi sogni. Ora però spero di ottenere finalmente
la riabilitazione. La legge prevede che si possa essere riabilitati dopo
cinque anni di buona condotta. La pratica per me si è interrotta varie volte,
a seguito delle vicende che conoscete. Ora mi auguro che possa andare a
bun fine. E poi ho un solo sogno: di poter far riaprire il processo nel quale fui
condannato per 416bis (associazione camorristica, ndr). Anche se ho già scontato
interamente la pena, vorrei che fosse riconosciuta giuridicamente la mia
innocenza. Pensi che mi hanno condannato come un boss in quanto ritenuto
uomo di fiducia di Antonio Malventi: però Malventi non è mai stato nemmeno
processato per associazione mafiosa...Articolo copiato dal giornale il roma..