giovedì 1 luglio 2010

Colpo al clan Formicola, 28 arresti

Una organizzazione perfetta
ed efficace dove ognuno sapeva
quello che doveva fare e aveva
il proprio compito. In questo
modo riuscivano a gestire una
delle piazze di spaccio più redditizie
della zona orientale. Il clan
Formicola occupava via Taverna
del Ferro, via Alveo Artificale e via
Atripaldi, il “Bronx” di Napoli:
quartiere-roccaforte della cosca.
Un labirinto senza via d’uscita per
chi non è del posto. È lì che i carabinieri
della tenenza di Cercola,
coordinati dal tenente Vito Ingrosso
e dal capitano di Torre del
Greco Pierluigi Buonomo, sono
entrati in azione la scorsa notte.
In 270 hanno dato scacco agli uomini
del clan riuscendo a notificare
l’ordine di carcerazione a tutti
i destinatari. Ventotto gli arresti,
un indagato a piede libero, nessun
latitante, droga, armi e proiettili
sequestrati. Un colpo importante
per un clan a gestione
familiare che non ha al suo interno
collaboratori di giustizia ed è
forte di alleanze strategiche che
gli danno credibilità anche all'esterno.
Tutto è partito grazie all’installazione
all’interno
un’ascensore condominiale di
una microcamera con la quale si
sono videoriprese tutte le fasi dello
spaccio di droga, per lo più di
crack, cocaina e marijuana. In
quaranta giorni di osservazione
sono state segnalate 870 operazioni
di smercio. C'era un via vai
di gente che cercava bustine di
droga e nelle riprese i carabinieri
hanno accertato che per pagare
la sostanza stupefacente gli acquirenti
pagavano con tutto quello
che aveva a disposizione. Anelli
nuziali, collanine d'oro, orologi
e telefoni cellulari. Quegli oggetti
venivano poi riciclati dagli stessi
spacciatori sempre dalle stesse
persone. In un anno, è stato
calcolato che l'introito era circa di
un milione di euro. Come in una
holding multinazionale, il clan
Formicola, faceva una stilava una
sorta di contratto non scritto con
il pusher che ingaggiava. Lui non
doveva sbagliare e se si comportava
bene aveva diritto, oltre che
allo stipendio, anche all'alloggio
in una casa popolare. Per questo
alla causa della cosca contribuivano
anche le donne. Facevano
per lo più le vedette e avvertivano
i mariti spacciatori dell'arrivo
di persone sospette: carabinieri o
poliziotti che tentavano di fare il
loro lavoro. Se “sgarravano", il clan
gli toglieva la casa e lo cacciava
via dal “Bronx”. Le “piazze” di droga
erano aperte ventiquattro ore
su ventiquattro, in turni stabiliti
settimana per settimana. Lo spacciatore,
così come è stato accertato
dalle riprese delle telecamera
e dalle intercettazioni telefoniche
ed ambientali, non lasciava
mai il luogo di lavoro neanche per
un minuto. Se era necessario
mangiava e beveva sul posto. In
questo modo la cosca aveva la
possibilità di non perdere nessun
cliente e di aumentare i profitti di
guadagno in modo esponenziale.
La soddisfazione dei pubblici ministeri
della Dda, del procuratore
aggiunto Rosario Cantelmo e del
capo della Procura, Giandomenico
Lepore, è velata dalla polemica:
«le istituzioni sono assenti», hanno
detto.