giovedì 8 luglio 2010

La sanguinaria faida di Scampia




Una guerra costata una settantina di morti, combattuta sparando in mezzo alle strade dagli uomini cui Roberto Saviano dedicò il suo Gomorra. Una guerra di sangue e di droga, di vendette personali e di furia di capi-piazza ambiziosi e spietati ambientata nei quartieri di Napoli: a Scampia e Secondigliano, soprattutto.

E' la guerra di camorra scoppiata nel 2004 che vide contrapporsi da una parte i Di Lauro, e dall'altra i cosiddetti "scissionisti" che se ne separarono e assunsero il controllo di parte di quel territorio a suon di morti.

Per capire come mai tanti cadaveri furono seminati per il controllo di un pezzo di terra, quella di Secondigliano e di Scampia, tutto sommato così piccola, bisogna considerare che si tratta di un potere che s'allarga pure fuori Napoli, ma soprattutto che quella zona è considerata la più grande piazza d'Europa per lo spaccio di ogni tipo di droga. Una piazza che garantisce dunque un giro d'affari spaventoso.

Qui, alla fine degli anni Novanta, Paolo di Lauro era re e signore incontrastato. Dopo il 2002, però, al vertice della piramide del clan subentrarono pure i figli: Cosimo, Vincenzo e Marco, che cominciarono a rinnovare i capi-piazza con persone di loro fiducia. Ed ecco la scintilla della guerra. Torna a Napoli dalla Spagna Raffaele Amato, fedelissimo del vecchio boss, e i figli di Di Lauro lo accusano di essersi preso dei soldi che spettavano al clan. Amato - di cui Cesare Pagano, arrestato oggi, è parente - reagisce alleandosi con una parte dei componenti del clan non contenti del modo in cui i figli gestiscono le cose. Gli scissionisti, appunto. Li battezzano sprezzantemente anche «gli spagnoli», allundendo alla fedeltà al camorrista rientrato dalla Spagna.

E così scoppia l'inferno. C'è un morto al giorno, quando non di più. Si spara nelle strade, nelle piazze, in mezzo alla folla. Si spara pure nelle case. E si spara per un niente, certe volte facendo finire di mezzo chi non c'entra nulla: chi passa per caso nelle vie sbagliate, o addirittura chi somiglia a qualcun altro. Nel giro di sei mesi, da ottobre del 2004 al marzo del 2005, finisce ammazzata una cinquantina di persone, e non si contano i ferimenti e gli attentati dinamitardi.

In quei giorni di sangue e terrore, anche carabinieri e polizia picchiano duro. Arrestano 150 appartenenti e fiancheggiatori dei camorristi in meno di un anno. Non è sufficiente. I fedeli agli Amato, e quelli fedeli ai Di Lauro, continuano la faida. Come in un romanzo, ci sono tensioni, soffiate, spiate, colpi di scena, rovesci, passaggi tra sottogruppi rivali. Si ammazzano gli amici e i parenti dei propri nemici, per costringerli a uscire allo scoperto sperando di farli fuori direttamente. Si ammazzano tre persone pure il giorno della visita a Napoli del presidente della Repubblica. Il giorno dell'arresto di Cosimo Di Lauro c'è un parapiglia contro le forze dell'ordine per bloccare le manette, con la gente per strada, ma c'è pure, da parte degli scissionisti, l'esplodere dei fuochi d'artificio per manifestare davanti a tutti la gioia.

Un giorno Paolo Di Lauro torna nel quartiere, forse per tentare di pacificare la guerra di persona dopo l'arresto del figlio. E un giorno, dopo qualche settimana, finisce nella rete delle forze dell'ordine. Lo tradisce, pare, la passione per il salmone e la pezzogna: gli inquirenti sanno che li predilige e seguono gli spostamenti della donna che li acquista dai migliori fornitori.

La guerra avrà strascischi per anni, con molti altri morti. E strascichi e conseguenze sono sotto gli occhi di tutti anche oggi. Ma c 'è un momento simbolo in cui convenzionalmente si segna la fine della faida di Scampia. O almeno della sua fase più sanguinaria. Quello in cui in tribunale, nell'autunno del 2005, il boss Paolo Di Lauro incontrò un capo degli scissionisti, Vincenzo Pariante. Quella volta diede un segnale forte e chiaro a tutti quelli che camminavano per le strade di Napoli con le pistole che spuntavano dalle tasche dei giubbini. Di Lauro lo vide, e lo baciò.