domenica 11 luglio 2010

Pagano in cella, ora caccia alle coperture

Assicurato alla giustizia il boss Cesare Pagano, superlatitante degli scissionisti,
le indagini proseguono per individuare coloro i quali gli hanno
consentito di nascondersi, in pratica, nel suo territorio permettendogli
di reggere le redine del gruppo camorristico che capeggiava, unitamente
al cognato Raffaele Amato, detenuto, arrestato dopo anni di latitanza.
Per inquirenti ed investigatori, i fiancheggiatori del boss avrebbero messo
insieme una fitta rete di collegamenti “isolando” il quarantaduenne
pericoloso capocosca e proteggendolo dai blitz delle forze dell’ordine; in
particolare da quelli della polizia che è stata sul punto di arrestarlo nel
marzo scorso ed ancora tre anni prima. Un “sistema di protezione”, messo
in risalto anche dal procuratore aggiunto Alessandro Pennasilico, della
Direzione distrettuale antimafia di Napoli che ha spiegato come “dal
suo covo, Cesare Pagano abbia continuato a tenere le fila del clan, potendo
contare su una rete protettiva sul territorio che gli ha permesso di
essere latitante senza abbandonare il proprio territorio, condizione evidentemente
indispensabile ai capiclan”. Un segno di potere, ma anche
di sfida agli investigatori impegnati con tutte le proprie forze, ventiquattro
ore su ventiquattro, nel tentativo di stanarlo. Questa condizione
di “fuggitivo”, si sentirsi braccato, alla fine, Cesare Pagano l’ha pagata
con il carcere. Il suo arresto è giunto ad oltre un anno di distanza
da quello di Lello Amato, catturato sempre dagli uomini della Mobile, il
17 maggio dello scorso anno a Malaga, in Spagna dove si era rifugiato
dal 2006. Invece, il boss Pagano ha preferito rintanarsi nel suo territorio:
il 3 marzo scorso fu individuato in un villaggio, a Quarto, inaccessibile
perché occorreva raggiungere la sommità del cratere che guarda sui
Campi Flegrei. Il blitz della polizia non fu inutile in quanto nella rete finì
Carmine Cerrato, di 33 anni, uno dei killer degli Amato-Pagano. Anche
in quella circostanza emerse che Cesare Pagano godeva sull’appoggio
di un’organizzazione che lo proteggeva, potendo addirittura contare
su una coppia di fiancheggiatori, marito e moglie, che avevano il
compito di vivandieri, procurando e cucinandogli i pasti, quotidianamente.
Insomma, il boss si circondava di fedelissimi pronti a rendergli,
a trasformare la latitanza, in un soggiorno dotato di ogni possibile confort.
Dimostrazione, questa, che il ricercato non aveva mai avuto alcuna
intenzione di allontanarsi dal “suo” territorio, ma di volere continuare
a reggere personalmente e direttamente il gruppo degli “scissionisti”.
Fin qui, la latitanza. Ma, il procuratore aggiunto Alessandro Pennasilico
ha anche posto l’attenzione sul significato, il valore, uno dei tenti
che ha assunto l’operazione della Squadra Mobile partenopea: «La cattura
dei latitanti - ha detto l’inquirente - rappresenta un effetto educativo
per la gente che abita nel territorio in cui opera il clan, soprattutto
per i giovani che possono capire che il destino di un boss è sempre e
solo quello di finire in carcere».