venerdì 27 agosto 2010

Cesare Pagano finisce al carcere duro

Inchiodati dai blitz, stracciati dalle accuse dei pentiti e adesso sottomessi
al regime del carcere duro. La battaglia contro la camorra non ha
fine. Così uno dei capi del sanguinario clan Amato-Pagano è recluso al
regime del carcere duro. La Procura di Napoli due settimane fa ha fatto
richiesta al ministro Angelino Alfano che ha subito firmato il decreto ordinando
al Dap (dipartimento di amministrazione penitenziaria) il trasferimento
del superboss accusato di tre omicidi. Lui è il cognato di Raffaele
Amato detto “Lelluccio ‘a vicchiarella” ed è considerato, pur essendo
incensurato uno dei più importanti bos di Napoli in grado di muovere
un esercito di fedelissimi.
La retata l’otto luglio scorso. Pagano era tutelato da un “sistema di protezione”
impeccabile tanto che era stato messo in risalto anche dal procuratore
aggiunto Alessandro Pennasilico, della Direzione distrettuale
antimafia di Napoli che ha spiegato come “dal suo covo, Cesare Pagano
abbia continuato a tenere le fila del clan, potendo contare su una rete
protettiva sul territorio che gli ha permesso di essere latitante senza
abbandonare il proprio territorio, condizione evidentemente indispensabile
ai capiclan". Un segno di potere, ma anche di sfida agli investigatori
impegnati con tutte le proprie forze, ventiquattro ore su ventiquattro,
nel tentativo di stanarlo. Questa condizione di “fuggitivo”, di
sentirsi braccato, alla fine, Cesare Pagano l'ha pagata con il carcere.
Il suo arresto è giunto ad oltre un anno di distanza da quello di Lello
Amato, catturato sempre dagli uomini della Mobile, il 17 maggio dello
scorso anno a Malaga, in Spagna dove si era rifugiato dal 2006. Invece,
il boss Pagano ha preferito rintanarsi nel suo territorio: il 3 marzo scorso
fu individuato in un villaggio, a Quarto, inaccessibile perché occorreva
raggiungere la sommità del cratere che guarda sui Campi Flegrei.
Il blitz della polizia non fu inutile in quanto nella rete finì Carmine Cerrato,
di 33 anni, uno dei killer degli Amato-Pagano. Anche in quella circostanza
emerse che Cesare Pagano godeva sull'appoggio di un'organizzazione
che lo proteggeva, potendo addirittura contare su una coppia
di fiancheggiatori, marito e moglie, che avevano il compito di vivandieri,
procurando e cucinandogli i pasti, quotidianamente. Insomma,
il boss si circondava di fedelissimi pronti a rendergli, a trasformare
la latitanza, in un soggiorno dotato di ogni possibile confort. Dimostrazione,
questa, che il ricercato non aveva mai avuto alcuna intenzione di
allontanarsi dal “suo” territorio, ma di volere continuare a reggere personalmente
e direttamente il gruppo degli “scissionisti”.
Fin qui, la latitanza. Ma, il procuratore aggiunto Alessandro Pennasilico
pose l’attenzione sul significato, il valore, uno dei tempi che aveva assunto
l’operazione della Squadra Mobile partenopea: «La cattura dei latitanti
- disse il magistrati - rappresenta un effetto educativo per la gente
che abita nel territorio in cui opera il clan, soprattutto per i giovani che
possono capire che il destino di un boss è sempre e solo quello di finire
in carcere». Proprio sulla fitta rete di complicità che le indagini delle forze
dell'ordine si stanno concentrando negli ultimi tempi. Si cerca infatti
di comprendere chi siano le “menti” delle latitanze blindate dei superricercati.
Fino a quando sono in libertà, anche da latitanti continuano a
gestire il loro territorio grazie alla fitta trama che riescono a costruirsi. Ma
al carcere duro la vita è molto più difficile anche considerando che le restrizioni
vigente sono realmente dure. I capi sono tutti reclusi al carcere
dure e le redini le gesticono le donne.