mercoledì 18 agosto 2010

Il boss Pagano rischia il carcere duro

La richiesta è arrivata nei giorni scorsi. Adesso per Cesare Pagano, la permanenza
in carcere potrebbe farsi più difficile e complicata. Questo perché
la Direzione distrettuale antimafia di Napoli ha depositato al Dap
una richiesta di applicazione del regime del carcere duro. Lui è il cognato
di Raffaele Amato detto “Lelluccio ‘a vicchiarella” ed è considerato,
pur essendo incensurato uno dei più importanti bos di Napoli in
grado di muovere un esercito di fedelissimi.
La retata l’otto luglio scorso. Pagano era tutelato da un “sistema di protezione”
impccabile tanto che era stato messo in risalto anche dal procuratore
aggiunto Alessandro Pennasilico, della Direzione distrettuale
antimafia di Napoli che ha spiegato come “dal suo covo, Cesare Pagano
abbia continuato a tenere le fila del clan, potendo contare su una rete
protettiva sul territorio che gli ha permesso di essere latitante senza
abbandonare il proprio territorio, condizione evidentemente indispensabile
ai capiclan”. Un segno di potere, ma anche di sfida agli investigatori
impegnati con tutte le proprie forze, ventiquattro ore su ventiquattro,
nel tentativo di stanarlo. Questa condizione di “fuggitivo”, di
sentirsi braccato, alla fine, Cesare Pagano l’ha pagata con il carcere. Il
suo arresto è giunto ad oltre un anno di distanza da quello di Lello Amato,
catturato sempre dagli uomini della Mobile, il 17 maggio dello scorso
anno a Malaga, in Spagna dove si era rifugiato dal 2006. Invece, il
boss Pagano ha preferito rintanarsi nel suo territorio: il 3 marzo scorso
fu individuato in un villaggio, a Quarto, inaccessibile perché occorreva
raggiungere la sommità del cratere che guarda sui Campi Flegrei. Il blitz
della polizia non fu inutile in quanto nella rete finì Carmine Cerrato, di
33 anni, uno dei killer degli Amato-Pagano. Anche in quella circostanza
emerse che Cesare Pagano godeva sull’appoggio di un’organizzazione
che lo proteggeva, potendo addirittura contare su una coppia di
fiancheggiatori, marito e moglie, che avevano il
compito di vivandieri, procurando e cucinandogli i pasti, quotidianamente.
Insomma, il boss si circondava di fedelissimi pronti a rendergli,
a trasformare la latitanza, in un soggiorno dotato di ogni possibile confort.
Dimostrazione, questa, che il ricercato non aveva mai avuto alcuna
intenzione di allontanarsi dal “suo” territorio, ma di volere continuare
a reggere personalmente e direttamente il gruppo degli “scissionisti”.
Fin qui, la latitanza. Ma, il procuratore aggiunto Alessandro Pennasilico
ha anche posto l’attenzione sul significato, il valore, uno dei tenti
che ha assunto l’operazione della Squadra Mobile partenopea: «La cattura
dei latitanti - ha detto l’inquirente - rappresenta un effetto educativo
per la gente che abita nel territorio in cui opera il clan, soprattutto
per i giovani che possono capire che il destino di un boss è sempre e
solo quello di finire in carcere». Proprio sulla fitta rete di complicità che
le indagini delle forze dell’ordine si stanno concentrando negli ultimi
tempi. Si cerca infatti di comprendere chi siano le “menti” delle latitanze
blindate dei super-ricercati