venerdì 3 settembre 2010

Giuseppe Misso jr tenta il suicidio

È uno dei pentiti di gran lunga più importanti degli ultimi anni, che con
la sua decisione di collaborare con lo Stato ha squarciato e abbattuto
il muro della vecchia camorra napoletana, quella dei Misso, che per
decenni ha gestito gli affari sporchi di Napoli. Ma Giuseppe Misso
detto “’o chiatto”, nipote di Peppe “'o nasone”, adesso è in uno stato
di frustrazione e per due volte ha tentato di togliersi la vita tagliandosi
le vene. Ora invece è disposto a morire di fame ed ha iniziato da alcuni
giorni lo sciopero della fame. Questo perché a suo dire, contro di
lui si stanno perpetrando delle ingiustizie enormi. Tutto sarebbe nato,
così come è lui stesso a raccontare in una lettera inviata al “Roma”,
quando alcuni mesi fa lo hanno riportato
in carcere. «La mia collaborazione con la “ingiustizia”
inizia il 30 marzo del 2007 con il pubblico
ministero Filippo Beatrice al carcere di
Parma, poi ho fatto oltre sessanta interrogatori
con vari pubblici ministeri - scrive il collaboratore
di giustizia -. Dopo un po’, così come prevede
la legge, ho ottenuto i benefici previsti per
chi collabora con lo Stato e sono stato trasferito agli arresti domiciliari
per circa 16 mesi. Non ho mai trasgredito a nessuno obbligo, non ho
mai saltato un'udienza, sono sempre stato preciso. La situazione dunque
era inizialmente tranquilla fino a quando non sono subentrati problemi
seri con il servizio centrale di protezione». Giuseppe Misso nella
sua lettera usa toni forti, dice addirittura di essere stato vittima di
estorsioni, minacce e addirittura di un agguato che avrebbe subito e
che solo per miracolo non è andato a segno. «Ho sempre denunciato
tutto alle Autorità e ben presto mi sono ritrovato in carcere perché mi
sono rifiutato di spostarmi da Roma. Subii - dice l'ex rampollo del rione
Sanità - un arresto ingiusto in quanto in nessun Codice penale è previsto
l'arresto per una tale accusa, se di accusa si vuole parlare. Entrando
nel pianeta carcere, o meglio nel sistema totalitario, ho iniziato
a subire ogni tipo di angherie: botte, minacce, persecuzioni, il tutto
- continua il collaboratore di giustizia - coperto da una omertà in
stile mafioso». A controprova di quello che racconta ci sarebbero decine
di certificati medici. «Ma nonostante abbia scritto alle varie Procure
con le quali collaboro, al ministro Angelino Alfano, al Presidente
della Repubblica, Giorgio Napolitano, il mio caso va avanti così, tra
abusi di ogni genere». Da qualche mese Giuseppe
Misso ha lasciato il carcere di Rebibbia
ed è stato trasferito a Vicenza «e anche qui le
cose non sono cambiate, se non addirittura
peggiorate». Per questo nella sua lettera racconta
di aver provato per due volte il suicidio:
«Ho cercato di ammazzarmi tagliandomi le vene
perché ho bisogno che le mie parole vengano
ascoltate e che il mio appello non si perda nel nulla. Chiedo - dice
Misso - un intervenuto delle istituzioni per senzibilizzarle sulla mia
situazione e trovare una soluzione». Per questo Misso ha annunciato
di aver iniziato lo sciopero della fame e che continuerà fino a togliersi
la vita. «Voglio morire con la mia famiglia che ha rifiutato il piano di
protezione ed è ancora a Napoli, rischiando la vita tutti i giorni», ha concluso
nella sua lettera.
Articolo copiato da il roma..