venerdì 3 settembre 2010

«Ho paura dei Giuliano, comandano loro»

«Quando sono stato portato in carcere mi hanno trasferito a Rebibbia
dove sono detenuti i Giuliano che continuano a comandare tranquillamente.
Ho avuto paura perché ho saputo che volevano ammazzarmi
e tendermi un agguato». È questa l’accusa che Giuseppe Misso
“’o chiatto” lancia nella sua lettera agli ex boss di Forcella anche loro
diventati tutti collaboratori di giustizia e fa riferimento in particolare
ad un episodio che ha coinvolto lo zio omonimo detto “’o nasone”, aggredito
da Raffaele Giuliano nell’ora d’aria. Una brutta storia che si è
conclusa con una serie di querela. I due collaboratori di giustizia si incrociarono
al carcere di Rebibbia dove erano entrambi detenuti nel
reparto dove sono protetti i collaboratori di giustizia che stanno scontando
le pene residue. Secondo quando ricostruito fu proprio Raffaele
Giuliano ad aver avvicinato Misso ed averlo aggredito una prima
volta e poi una seconda volta. Una aggressione avvenuta con violenza
e senza una motivazione ben precisa ma probabilmente per vecchi
rancori covati all'interno per anni. L'unica occasione per rivedersi era
propria quella. Che Giuseppe Misso “’o nasone” diventasse un collaboratore
di giustizia. Una ipotesi assolutamente fuori da ogni logica se
solo la si pensa tre o quattro anni fa quando i Misso spadroneggiavano
per tutta la Sanità. Adesso è realtà e la cosca, che una volta fu padrona
di Napoli, adesso non esiste più. L’aggressione suscitò anche
molta perplessità nel mondo dell’avvocatura napoletana. Non tanto
per il gesto di Raffaele Giuliano ma quanto per la possibilità che due
pentiti avevano di incontrarsi liberamente nell'ora di aria. Si scopre
infatti che la legge consente ai collaboratori di giustizia detenuti di
parlare tra loro, confrontarsi ed eventualmente (nessuno può escluderlo)
mettersi d'accordo. La legge sui pentiti, (d.l. 15 gennaio 1991
n.8, riformato con la legge 13 febbraio 2001 n. 45), impedisce ai collaboratori
di giustizia di avere contatti sia con l'esterno che con altri
collaboratori, entro i sei mesi dall'inizio del pentimento. Per evitare
condizionamenti o pressioni. Tali misure valgono fino a quando non viene
conclusa la fase della redazione dei verbali. Proprio perché temeva
di essere aggredito, sostiene il pentito, aveva avuto paura di finire
a Rebibbia. Adesso però è rinchiuso nel carcere di Vincenza e pare
che la situazione sia sempre complicata a tal punto che «ho subito
un’umiliazione proprio la scorsa settimana davanti agli altri detenuti»,
scrive il collaboratore. «Per questi motivi, alla luce di ciò che da tre
anni sto subendo ho deciso di protestare con decisione e di iniziare uno
sciopero della fame ad oltranza, fino a quando qualcuno non si occuperà
del mio caso», ha detto