venerdì 29 ottobre 2010

Carcere duro al figlio del ras Bosti

È accusato di essere il mandante dell’omicidio di un rapinatore di 17enne assassinato
perché non voleva piegarsi alle leggi del clan e perché aveva “sgarrato”
non versando la parte di un bottino di un colpo. Da ieri però Ettore Bosti
detto “’o russo”, figlio di Patrizio, boss dell’Alleanza di Secondigliano, è
stato trasferito al carcere di Tolmezzo al regime del 41 bis. Non ha condanne
per camorra, né condanne da scontare ma secondo la Procura potrebbe
gestire la cosca anche dal carcere se fosse ancora detenuto al regime ordinario.
Per questo il trasferimento al quale la difesa, sostenuta dagli avvocati
Michele Cerabona e Raffaele Chiummariello, ha già presentato ricorso in
quanto ritiene che non ci siano i presupposti per il trasferimento al carcere
duro del giovane. In cella dunque con l’accusa di essere il mandante dell’omicidio
del 17enne Ciro Fontanarosa. Fu arrestato all’aeroporto di Capodichino
appena sceso dall’aereo arrivato da Madrid, dove aveva trovato riparo
da qualche tempo. Il rampollo di camorra era in attesa del bagaglio
quando i militari dell’Arma del nucleo investigativo di Napoli entrarono in
azione e lo fermarono. Poche settimane prima era stato scarcerato facendo
piombare una “bufera” sugli uffici giudiziari di Napoli, finanche con l’invio
degli ispettori da parte del ministro Alfano. Il pregiudicato era finito in carcere
l’8 marzo sulla scorta delle dichiarazioni del collaboratore di giustizia
Vincenzo De Feo, imparentato con un boss del clan Contini, e di alcune intercettazioni
telefoniche. Il Tribunale del Riesame di Napoli, accogliendo le
tesi dei difensori di fiducia del rampollo di camorra, lo aveva scarcerato dichiarando
l’ordinanza nulla per un difetto formale. Ovvero mancavano le bobine
delle intercettazioni telefoniche che la Procura, nonostante le richieste
della difesa, non aveva provveduto ad inviare in tempo per l'udienza. A quel
punto la Procura corse ai ripari e prima ancora che l’uomo potesse lasciare
il carcere, aveva emesso un nuovo decreto di fermo bloccando Bosti nel penitenziario
di Asti. In sede di convalida del fermo, però, la difesa sollevò nuovamente
la questione delle intercettazioni e nonostante una copiosa relazione
della Procura che attestava la presenza presso gli uffici del pm di tutte
le bobine originali il magistrato lo scarcerò rendendo la misura inefficace.
Contro Bosti ci sono le accuse di De Feo, un uomo affiliato al clan che per amore
ha scelto di cambiare vita e di pentirsi. «La sera prima dell'omicidio - raccontò
De Feo ai giudici - ci fu una riunione e la sera prima ancora Ettore Bosti
aveva saggiato la mia disponibilità ad una azione violenta nei confronti
di Ciro Fontanarosa avendone risposta positiva da me; tuttavia mi disse, e
c'era anche Gaetano Esposito con noi, che l'indomani mattina avremmo parlato
meglio e ci saremmo organizzati. Dopo di che Ettore Bosti mi chiede il
favore d andare a prendere la sua amica Rosa e di portarla nella casa du Capodichino
dove si incontrarono. Dopo aver svolto questo servizio, io, in un ultimo
tentativo di salvare la vita al mio amico Fontanarosa, sono andato a cercarlo
e l'ho avvisato di non uscire di casa il giorno successivo. Lui capì la
sincerità del mio gesto e mi abbracciò ma non era spaventato».