venerdì 29 ottobre 2010

«Motorini bruciati per depistare»

«Prendevamo dei motorini rubati e li bruciavamo per depistare le indagini,
utilizzando mezzi “puliti” per gli agguati e coprendo le targhe».
A rivelare lo stratagemma usato per gli omicidi dal clan è stato Giuseppe
Manco, “Peppe ‘o mostro” per amici e nemici di camorra, nel corso
dello stesso interrogatorio in cui parlò di un altro accorgimento: quello
per evitare di risultare positivi allo prova dello Stube nonostante si fosse
sparato. Era il 19 maggio 2009 quando fu raccolto il verbale.
«Ai killer facevamo indossare i guanti in lattice quando si trattava di persone
che potevano allontanarsi da Napoli. Quando invece era commesso
da gente che aveva l'obbligo di dimora utilizzavamo un prodotto tipo
spray, come una schiuma, che cospargevamo su mani, braccia e viso. Poi
facevamo una doccia. Le bombolette le aveva Gaetano Cervone che aveva
due cartoni con 24 bombolette ciascuno. Con questa sostanza si evita
il riconoscimento di Stube, perché funziona da isolante».
Il clan Aprea la scorsa settimana ha subito un durissimo colpo con l’arresto
di capi e gregari, anche grazie alle rivelazioni dei fratelli Manco:
Salvatore, più grande di Giuseppe. A cominciare da diversi fatti di sangue
riconducibili alla guerra con gli “scissionisti” Celeste-Guarino. Come
l’agguato nei confronti di Raffaele Guarino, che segnò per gli investigatori
e gli inquirenti l’inizio dello scontro interno al cartello malavitoso
di Barra Aprea-Cuccaro-Alberto. Con il tentato omicidio del ras si manifestarono
apertamente le tensioni che già da tempo agitavano il superclan
di Barra e la vittima fu scelta proprio perché era considerata uno
dei esponenti di spicco degli “scissionisti” capeggiati dai Celeste. Ecco
come ha ricostruito la vicenda il pentito Giuseppe Manco nell’interrogatorio
del 12 maggio 2009, con la premessa che le persone tirate in ballo
devono essere ritenute assolutamente estranee ai fatti narrati fino a prova
contraria.
«Pasquale Aprea, tornato a casa dal colloquio tenuto con Vincenzo Aprea
al carcere di Tolmezzo dov’era stato dato l’ordine di eliminare Raffaele
Guarino, parlò con me, con Vincenzo Salzano e con Vincenzo Acanfora di
tale decisione. Nell’occasione egli però non riferì nulla a Giovanni Aprea
(il boss soprannominato “Punt e’ curtiello”, ndr) perché sapeva che questi
non avrebbe condiviso la decisione».
Dunque, all’interno del clan Aprea alcuni tra i ras volevano tentare ancora
la via dell’accordo. Ma ebbe la meglio l’idea della forza e partì l’attacco
agli “scissionisti” con una trappola a Raffaele Guarino: era il 2005.
Come ha confermato Giuseppe Manco (detto “’o mostro”) sempre nell’interrogatorio
del 12 maggio 2009. «Fu pianificato pertanto l’omicidio di
Raffaele Guarino ad opera di Pasquale Aprea con la complicità di Lena
Aprea, Ciro Prisco, Vincenzo Salzano e Lorenzo Acanfora. La decisione fu
di Pasquale Aprea e Vincenzo Aprea. Lorenzo Acanfora fu incaricato da
Pasquale Aprea di fare da specchiettista insieme a Ciro Prisco in quanto
dovevano avvisarlo dell’arrivo di Raffaele Guarino”.