martedì 26 ottobre 2010

«Trovammo anche la fossa per Capasso»

Vincenzo Capasso, che secondo i pentiti di Barra aveva ammazzato
Francesco Celeste “’o figlio d’o roce”, sapeva benissimo di essere finito
nel mirino del clan Aprea per “una guardata di zizze”: una vicenda
di gelosia che abbiamo raccontato nei giorni scorsi. Ma poi, spinto
dalla necessità di danaro e convinto di poter avere salva la vita, era
tornato a Napoli dopo un periodo trascorso nel Nord Italia. Così, il 4
aprile 2008 andò a Barra, nel bunker della cosca per un chiarimento.
Ma era armato e non avendo sparato per primo, trovò la morte. Ecco
quanto avvenne prima del duplice omicidio (quella sera fu ucciso anche
il fratello 17enne Mariano che lo aveva accompagnato) nella ricostruzione
del pentito Giuseppe Manco, con la
consueta pemessa che le persone citate devono
essere ritenute estranee ai fatti narrati fino
a prova contraria.
«A novembre 2007 a Vincenzo Capasso fu sequestrato
un motorino e lui diede mille euro a
Gennaro Ambrosanio per pagare la sanzione.
Ma questa non fu pagata e i soldi ce li mangiammo
noi del clan Aprea, compreso Vincenzo Capasso, in quanto andammo
tutti al ristorante. Ovviamente Capasso non sapeva che stavano
mangiando i soldi suoi. Questo comportamento non fu casuale,
ma fu fatto di proposito in conseguenza della decisione che Vincenzo
Aprea aveva preso sulla sorte di Vincenzo Capasso. Infatti, al colloquio
con Pasquale Aprea e Lena Aprea, aveva detto che Vincenzo
Capasso “doveva essere atterrato”. Ne conseguì che, essendone stata
decretata la morte, era inutile pensare di restituirgli i mille euro. Pasquale
Aprea e Gaetano Cervone ebbero l’idea di andarceli a mangiare
nel senso letterale del termine e, a sfregio, vollero far partecipare
al banchetto anche lo stesso Vincenzo Capasso. Essi si comportarono
così perché la decisione di ucciderlo era un fatto d’onore per la
famiglia Aprea».
Dopo il pranzo, secondo il collaboratore di giustizia, il clan organizzò
il delitto. «Una volta decisa l’uccisione di Vincenzo Capasso, Pasquale
Aprea andò da Massimo Russo, fratello di “Peppe o’ padrino”, per
individuare il posto in cui sotterrare Vincenzo Capasso. Furono organizzate
due auto: su una si sistemarono Pasquale Aprea, Gennaro Ambrosanio
e Vincenzo Capasso; sull’altra Ciro Matrullo e Ferdinando
Liccardi. Ma giunti su un cavalcavia, sito qualche
uscita prima di Casale, essi videro i lampeggianti
dei carabinieri e fu fermata l’auto su
cui viaggiavano Liccardi e Matrullo. Questi ingaggiarono
un breve inseguimento durante il
quale riuscirono a gettare fuori dal finestrino
una delle pistole, ma poi furono bloccati e arrestati.
Vincenzo Capasso allora cominciò a
capire di essere in pericolo per cui fuggì prima a San Giovanni a Teduccio
e poi nel Nord Italia».
I due fratelli Capasso furono poi assassinati davanti all’abitazione di
Ciro Prisco da quest’ultimo e da Giuseppe Manco, il cui racconto da
pentito è servito a ricostruire nei dettagli la sparatoria scaturita da
una violenta discussione. Vincenzo pretendeva la resituzione dei mille
euro, ma trovò la morte.