giovedì 11 novembre 2010

Condanna di 8 anni per Raffaele Amato jr

Da dieci anni e otto mesi e passato ad otto anni, ma circostanza più
importante è che ha ottenuto le attenuanti generiche. È quanto ha deciso
il Tribunale dei Minori di Napoli su Raffaele Amato jr detto “capa
ianca”, nipote omonimo del boss degli scissionisti “Lelluccio ‘a vicchiarella”.
I suoi avvocati difensori, i penalisti Michele Cerabona e Luigi
Senese hanno ottenuto l’affievolimento della condanna di primo
grado. Amato resta comunque detenuto anche perché accusato di altri
gravi reati. Secondo la Procura e in particolare la Direzione distrettuale
antimafia, Amato jr è sempre stato un boss, forte del nome e cognome
che porta, comandava e gestiva affari illeciti anche quando
era minorenne. Proprio per il suo profilo di spessore, così come lo hanno
anche tratteggiato gli ex suo fedelissimi che via via si sono pentiti,
il pubblico ministero, la dottoressa Imparato, in primo grado aveva
chiesto per lui una condanna a 28 anni di reclusione, che poi era arrivata
a 16, nel conteggio, perché quando ha commesso i reati contestatigli
Amato era minorenne e la pena si riduce, anche in virtù del rito
abbreviato che era stato scelto dopo la chiusura delle indagini preliminari.
Le accuse per il nipote omonimo del “socio fondatore” degli
Amato-Pagano sono di aver promosso un’associazione camorristica
finalizzata al traffico di stupefacenti e altri reati “minori”. Con lui furono
anche Dario Amirante (5 anni e mezzo) e Francesco Saviotti (4 anni
e mezzo). I tre, che all’epoca dei reati contestati erano minorenni,
erano in carcere perché implicati nel maxi-blitz che il 19 maggio dello
scorso anno portò dietro le sbarre una settantina di affiliati alla cosca
Amato-Pagano, implicati nella “Operazione C3” riguardante un
vasto traffico di droga nelle “piazze” di via Arcangelo Ghisleri. Il 30
gennaio prossimo inizierà il processo in abbreviato per tutti i maggiorenni
che hanno chiesto di essere giudicati con questo rito. La retata
ribattezzata “C3” ha portato in carcere affiliati e boss del clan che
nel 2004 dichiarò guerra al padrino Paolo Di Lauro scatenando una faida
violenta che portò alla morte di quasi ottanta persone. L’indagini
condotta brillantemente dalla Procura e dai carabinieri portò al fermo
di decine di persone accusati di associazione camorristica e traffico
di droga e in alcuni casi anche di omicidi. Oltre alle intercettazioni telefoniche
e ambientali (il nome dell’operazione prende spunto proprio
dal soprannome che usava Lello Amato per farsi individuare) si è avvalso
anche della collaborazione dei pentiti della cosca. Nel corso del
processo con molta probabilità saranno ascoltati anche le ultime “gole
profonde” che potrebbero meglio ancora inquadrare il ruolo dei vari
affiliati che la Procura teneva d’occhio da tempo. Oltre agli arresti
la Dda ha colpito anche il portafogli degli indagati sequestrando beni
per milioni di euro e in particolare conto correnti a Montecarlo aperti
grazie a prestanome.