domenica 21 novembre 2010

Giaccio, una pista dopo dieci anni Lupara bianca firmata dai Casalesi

 Di «lupara bianca», di un errore di persona commesso dalla camorra se ne era parlato a lungo. Per anni si è ripetuta la storia di un ragazzo scomparso nel nulla, sequestrato al posto di un altro, vittima per errore della camorra.

Oggi quella storia torna ad affiorare in un’indagine di polizia giudiziaria, ma si arricchisce di particolari inediti che potrebbero aggiungere nuovi contenuti a un caso mai definitivamente archiviato: Giulio Giaccio, il muratore 26enne scomparso dieci anni fa a Pianura, sarebbe stato sequestrato e ucciso dai casalesi, all’epoca in stretti rapporti economici con il clan Lago. Una pista, quella della lupara bianca, dell’errore di persona, che spinge oggi più che mai a indagare su una «gomorra ante litteram», territorio destinato a finire al centro di attenzioni nazionali.

Indiscrezioni raccolte sul territorio, nuova luce sulla storia di Giulio Giaccio, dunque. Indagano i carabinieri, che provano a fare luce su una storia rimasta per anni lettera morta. Spunti inediti raccolti sul territorio, segno che qualcosa in questi mesi si è mosso. Da tempo e in modo insistente circola una voce, un’indiscrezione che gli inquirenti non intendono lasciare cadere: quella volta, all’esterno della chiesa Sacro cuore di Pianura, arrivarono persone «forestiere».

Cioé gente non del posto. Erano uomini dei casalesi, all’epoca alleati al clan Lago. Due cartelli - Casalesi e Lago - stessi business: cemento e rifiuti. Poi favori reciproci. Scambi di killer. Furono i casalesi, sta emergendo, a sbagliare persona, a prelevare un muratore incensurato al posto del vero obiettivo: pensavano di sequestrare uno dei Marfella, ma sbagliarono bersaglio e se la presero con un ragazzo che non c’entrava niente con la camorra. C’è un riscontro giudiziario: due mesi prima quel maledetto 30 luglio 2000 - giorno del sequestro - un uomo dei Marfella era stato ucciso.

Era il 13 maggio del 2000, omicidio di Gaetano Avolio, per il quale qualche mese fa sono stati arrestati Francesco Bidognetti, Enrico Verde, ma anche Rosario Marra e Salvatore Raciere. Delitto sull’asse Pianura-Casale, una prova del patto criminale. La pista che spiegherebbe molte cose. A cominciare dalla svista, dal sequestro sbagliato di killer provenienti da contesti criminali diversi da quelli frequentati dai pregiudicati di Pianura. Ma l’ipotesi del patto Lago-casalesi potrebbe spiegare anche altre cose: come la scelta della lupara bianca, soluzione delittuosa raramente usata dalla camorra cittadina, che meglio rispecchia modi di agire vicini alla mafia o alle cosche dell’hinterland. Voci, parole, rivelazioni.

E tanta voglia di vederci chiaro da parte del comando provinciale dei carabinieri guidati dal colonnello Mario Cinque. Accertamenti iniziati - rigorosamente sotto traccia - dal capitano della compagnia rione Traiano Federico Scarabello, mai come in questo caso deciso a riavvolgere il nastro. Punto di partenza obbligato, la tarda serata del trenta luglio di dieci anni fa.

Una domenica notte, quando da un’auto spuntano quattro sagome che raccontano di essere della polizia. Poche parole - secondo quanto spiegato da Paolo, amico di Giulio e unico testimone più volte ascoltato dalla pg -: sei tu «Salvatore»? Seguici lo stesso, siamo poliziotti, vieni in Questura.

Da allora tante indagini e tanto silenzio. Fino a quando qualcuno, nel quartiere emblema dell’emergenza rifiuti e cemento abusivo, decide di aprire uno spiraglio di luce: quella volta, quel ragazzo, finì nelle mani sbagliate. «E a sbagliare furono quelli di Casale».