mercoledì 3 novembre 2010

«Lo uccidemmo in pizzeria: non aveva pagato un carico»

Si vendicarono per una partita di droga, già pagata, di scarsa qualità.
Ma anche perché uno dei due venditori aveva a sua volta manifestato
l’intenzione di ucciderli. E così il 31enne Antonio Pica e il 29enne
Antonio Prestieri, oggi pentiti e allora affiliati al clan Di Lauro,
decisero di eliminare Giuseppe Marra, 31enne “cane sciolto” della
malavita ma con buoni rapporti con i Licciardi. E ieri Pica ha fatto
riferimento in aula proprio a quel delitto. All’agguato secondo l’accusa
presero parte, con ruoli non di killer, anche Salvatore Esposito detto
“Testone” e Carmine Guerriero “Ronaldo”. Furono i carabinieri del
Nucleo investigativo di Castello di Cisterna a notificare l’ordinanza di
custodia cautelare emessa dal Gip di Napoli su richiesta della Dda a
Pica e Prestieri, entrambi napoletani del rione Monterosa e
attualmente agli arresti domiciliari in località segreta. I due cugini
sono ritenuti responsabili in concorso dell'omicidio di Giuseppe Marra,
allora 31enne, avvenuto il 16 aprile 2003 in una pizzeria di via Ghisleri,
nonché di detenzione e porto illegale di armi, aggravato dall'articolo 7
della legge Falcone (aver favorito un’associazione mafiosa). Il movente
dell’omicidio, secondo il racconto degli stessi pentiti accusatisi del
delitto, è da ricondurre alla truffa che Marra avrebbe commesso ai
danni di Antonio Pica, rifilandogli una partita di 10 chili di kobrett di
scarsa qualità e quindi non smerciabile. Una decisione difficile perché
la vittima aveva buona rapporti con i Licciardi, tanto che Cosimo Di
Lauro (estraneo all’indagine) si mostrò perplesso quando lo
informarono della vicenda temendo ripercussioni con la mala della
Masseria Cardone. Ecco quanto dichiarò Antonio Prestieri il 5 maggio
2008. «Le perdite del Pica iniziarono per una truffa che lo stesso subì
da un ragazzo poi ucciso e dal suo socio
detto “Beccone” che abita nel Rione
Monterosa, i quali vendettero 10 chili di
kobrett al Pica. La truffa è consistita nel
fatto che la qualità del kobrett ceduto
era scadente e non corrispondente a
quella del campione mostrato al Pica, il
quale per poter lavorare si rivolse a
“Giovanni o muort”, cognato di
Abbinante Antonio, che aveva un suo
referente per l’acquisto di kobrett».