domenica 14 novembre 2010

Salvatore Lo Russo chiede di pentirsi

Quattro settimane fa ha chiesto ai magistrati della Dda di Napoli un
incontro. Così dal carcere dove era detenuto al regime del 41bis è stato
trasferito per alcuni giorni a Roma. Il chiaro segnale che Salvatore
Lo Russo detto “’o capitone”, esponente di spicco della famiglia di
Miano, aveva deciso di trattare con lo Stato. Una notizia che nel giro
di pochi giorni ha fatto il giro del Palazzo di Giustizia e della città. Voci
che danno per certa la sua collaborazione con la magistratura napoletana.
Circostanza questa che è stata anche pubblicata ieri dal settimanale
“Panorama” che racconta del pentimento del capoclan e degli
scenari che si potrebbero profilare per la camorra partenopea. Ma
il boss al momento non è un collaboratore di giustizia a tutti gli effetti.
Ci sono alcuni passaggi che ancora non consentono ai magistrati
della Dda di concedere lo status di pentito al
capoclan.
I colloqui conoscitivi li sta conducendo l’esperto
pubblico ministero Sergio Amato, coordinato
dal procuratore aggiunto Sandro Pennasilico
e dal Procuratore Capo, Giandomenico Lepore.
I magistrati dunque in queste febbrili ore
stanno valutando la genuinità della sua collaborazione
e stanno cercando di comprendere quale sia la qualità di
queste accuse. Un collaboratore deve innanzitutto raccontare qualcosa
che sia di interesse per la magistratura, qualcosa di nuovo, e oltre
a confessare tutti i delitti che ha commesso deve anche accusare
persone a lui vicine. Dare infine anche una prova concreta che la sua
collaborazione sia attiva: far arrestare qualche latitante, far ritrovare armi,
e soldi nascosti. Sono i punti cruciali di una collaborazione con lo
Stato. Ed è qui che si giocano tutte le carte della collaborazione di Salvatore
Lo Russo “’o capitone”. Due settimane fa, nel pieno dei primi
colloqui con i magistrati, i carabinieri si sono recati dai familiari del boss
per proporgli il piano di protezione ma hanno rifiutato. Da lì la notizia
ha fatto ben presto il giro del quartiere e di Napoli. Se Lo Russo fosse
ritenuto un pentito affidabile le sue dichiarazioni potrebbero ben presto
decretare la parola fine per una parte di camorra che ha segnato
la storia della malavita partenopea. La sua scelta potrebbe essere dipesa
dalle restrizioni dovute al regime al quale è sottoposto. Il carcere
duro infatti “piega” anche le resistenze più dure: pochissimi incontri
con i familiari, lettere censurate, televisione senza programmi regionali,
nessuno quotidiano locale. Anche la socialità è ulteriormente ridotta:
diminuiscono le ore d’aria e le attività
ricreative. Inoltre sono ridotti anche i metri
quadrati della cella. Tutti i ras sono detenuti
in questo regime, ma probabilmente Salvatore
Lo Russo, abituato alla bella vita, lo ha subito
particolarmente. Il ras non ha grosse condanne
da scontare se non una sentenza a 10
anni per associazione camorristica e di recente
è stato prosciolto da un omicidio commesso durante la faida tra la Nco
di Cutolo e la Nuova famiglia. Non è stata evidentemente una scelta
dettata dalle sue condizioni processuali ma probabilmente dalle condizioni
nelle quali vive il carcere. Al momento i colloqui sono continui
ma i pubblici ministeri, così come è stato con Giuseppe Misso “’o nasone”,
ci vanno cauti e stanno ponderando con estrema cura ogni sua
dichiarazioni per valutarne realmente la veridicità.