giovedì 11 novembre 2010

Siani, la carta segreta di Ferrara

La Procura di Napoli ha
ripreso in mano le indagini sull’omicidio
di Giancarlo Siani e lavora,
con i pm Sergio Amato e
Giuseppe Narducci, coordinati dal
procuratore aggiunto Alessandro
Pennasilico, sull’ipotesi di un possibile
collegamento con l’omicidio
di Vincenzo Cautero, un esponente
delle cooperative di ex detenuti
massacrato sotto casa al
Vomero quattro mesi dopo l’uccisione
del giornalista del “Mattino”.
Per approfondire la questione, i
pm stanno acquisendo e valutando
gli atti delle indagini sui due
fatti di sangue. Indagini che ad un
certo punto, nel 1987, si intersecarono
e portarono anche a tre arresti
(di Ciro Giuliano, Giorgio Rubolino
e Giuseppe Calcavecchia).
Ma l’inchiesta finì con il proscioglimento
di tutti e tre ad opera dell’allora
giudice istruttore Mino Palmeri.
Un proscioglimento sancito
in un atto lungo 320 pagine dattiloscritte
che pesa come un macigno
sull’ipotesi coltivata di nuovo
oggi dalla Procura, grazie alle recenti
rivelazioni fatte in un libro
dall’ex boss Giacomo Cavalcanti.
Va premesso, per inquadrare storicamente
i fatti, che quell’indagine
fu viziata fondamentalmente
da una guerra interna alla magistratura
fra il procuratore generale
Aldo Vessia, che sosteneva
l’accusa, e l’ufficio del giudice
istruttore, con Mino Palmeri. Vessia
forzò la mano e partendo da alcuni
elementi importanti cercò
con ogni mezzo di costruirvi attorno
i particolari mancanti, anche
attraverso palesi forzature che
poi porteranno a far crollare tutto
il castello accusatorio. Nel crollo
finirono sepolti sotto le macerie
anche alcuni elementi di verità,
quegli stessi che adesso la nuova
indagine della Procura si incarica
di andare a disseppellire. Palmeri,
dal canto suo, applicò tutte le
proprie capacità al contrasto della
forzosa costruzione del procuratore
generale (che per i suoi eccessi
finirà davanti al Csm ed eviterà
il trasferimento d’ufficio solo
scegliendo l’”esilio” volontario in
Cassazione). Lo sforzo di Palmeri
fu certo encomiabile, ma resta il
dubbio che la guerra scatenatagli
contro da Vessia aumentò il suo
zelo, al punto da travolgere e distruggere
tutti gli elementi emersi
dalle indagini, nessuno escluso.
Mentre magari alcuni di essi
dovevano essere salvati. Vediamone
alcuni.
LE PRIME DICHIARAZIONI
DI ANTONIO FERRARA
Nel capitolo che riguarda la connessione
tra il delitto Siani e l’omicidio
Cautero, emerge la figura di
Antonio Ferrara. Contabile della
camorra, questo oscuro ma abilissimo
ragioniere aveva le redini
del business delle cooperative di
ex detenuti. Condivideva l’ufficio
in via Suarez 30 con Vincenzo
Cautero “’o serrone”, imparentato
ai Giuliano di Forcella. Antonio
Ferrara nel 1986 comincia la sua
tormentata collaborazione con la
giustizia. Lo stesso giudice istruttore
Mino Palmeri utilizzerà le sue
dichiarazioni in un altro processo
per arrivare a far condannare camorristi
ed amministratori pubblici
nello scandalo delle cooperative
di ex detenuti. Ma Palmeri
non crede invece ad una sola parola
quando Ferrara parla degli
omicidi di Vincenzo Cautero e
Giancarlo Siani. In effetti Ferrara
non fa molto per rendersi credibile.
All’inizio la sua posizione appare
limpida. Dice solo che sa che
ad uccidere Cautero sarebbero
stati i Giuliano, gli stessi che avevano
ucciso anche Siani quattro
mesi prima. Dice Ferrara che i
Giuliano pianificarono l’omicidio
assieme al clan Gionta di Torre
Annunziata. Ma che a sparare andarono
due ragazzi fidati della
scorta di Ciro Giuliano “’o barone”.
Dice anche Ferrara che Cautero
era in piazza Leonardo la sera
dell’omicidio Siani e che nei
giorni successivi si mostrò molto
preoccupato. Disse anche che
Cautero gli rivelò di avere nel suo
ufficio delle carte di Siani, con le
quali il giornalista doveva fare un
articolo. Siani si sarebbe rivolto a
lui per chiedergli informazioni sulle
cooperative, conoscendolo da
quando erano ragazzini, perché la
famiglia Siani era cliente del negozio
di surgelati del padre di
Cautero in piazza Leonardo. Dice
Ferrara che Cautero voleva rivendere
queste carte, contava che gli
avrebbero fruttato tra i 30 e i 50
milioni di lire. E disse questa cosa
proprio il giorno in cui fu ammazzato,
aggiungendo che la mattina
seguente sarebbe dovuto andare
ad un importante appuntamento
a Torre Annunziata. Quella
sera due giovani killer lo fulminarono
sotto casa.
IL DOCUMENTO
DELLE CARTE DI SIANI
Ma questo nucleo di informazioni
principali non era abbastanza per
il procuratore Vessia. Comincia
così una lunga e snervante serie
di interrogatori e di pressioni. E
Ferrara inizia a fornire ogni tanto
nuovi particolari, arrivando a fare
i nomi di Rubolino e Calcavecchia,
tirando in ballo altri personaggi e
circostanze che gli saranno poi
contestati come falsi da Palmeri.
Fino alla ritrattazione finale di Ferrara
davanti allo stringente interrogatorio
del giudice istruttore.
Forse aveva capito che si era spinto
troppo oltre nel tentativo di accontentare
Vessia, e che ora il
vento era cambiato. Fatto sta che
il nucleo iniziale delle sue dichiarazioni
non sono state smentite
del tutto. Ed inoltre, ad un certo
punto, Ferrara aveva sfoderato un
documento, quello che doveva essere
la prova regina dei rapporti
tra Cautero e Siani. Si trattava di
un foglio con un elenco di nomi e
numeri di telefono dattiloscritti riferiti
a personaggi di Torre Annunziata.
In calce c’era un annotazione
scritta a penna: «Caro
Giancarlo, questo è l’elenco degli
“amici” di cui ti ho parlato. Ciao».
Secondo Ferrara questo foglio faceva
parte delle carte segrete di
Siani, rimaste in via Suarez 30 fino
alla morte di Cautero e poi
scomparse. Ferrara dice di averlo
trafugato al proprietario dell’appartamento,
il professor Antonio
Testa. La circostanza si rivelò falsa:
il Testa aveva affittato l’appartamento
a Cautero il quale aveva
cambiato la serratura. Le chiavi le
avevano Cautero e Ferrara. Testa
dichiarò di non aver mai visto quel
foglietto e del resto sembrava persona
credibile. Ferrara si è inventato
questo particolare, probabilmente
per nascondere le responsabilità
proprie o di altri. Ma per
Palmeri questo vuol dire che Ferrara
non è credibile in toto. Non
solo: una perizia calligrafica stabilisce
che quella frase sul foglio
non l’ha scritta Cautero. E per Palmeri
questa è la prova che Ferrara
si è probabilmente costruito da
sé la falsa pova per accontentare
Vessia e rendere credibile il proprio
racconto. Può darsi. Ma non
risulta dagli atti che il “Roma” ha
potuto consultare che sia dimostrato
che la grafia fosse di Ferrara.
Né che Ferrara potesse essere
sicuro che l’autore della scritta dovesse
essere Cautero. E se fosse
stato qualcun altro? Resta il fatto
che quel foglio potrebbe essere
parte della documentazione di
Siani. Come finisce nelle mani di
Ferrara? E chi sono le persone
elencate nel foglietto? Interrogate,
dicono di non conoscere il Cautero.
Ma nemmeno Ferrara. Il quale
si sarebbe inventato l’elenco
prendendo i nominativi da dove?
Resta tutto poco chiaro. E forse
anche poco approfondito.
VINCENZO CAUTERO
CONOSCEVA SIANI
Altri particolari del racconto di
Ferrara vengono ritenuti falsi. Il
fatto, per esempio, che Cautero
“frequentasse” Siani. Lo negano
tutti, dai familiari agli amici. I due
si conoscevano, certo, e da anni.
Ma vivevano in ambiti sociali
completamente differenti, Di Cautero
si sapeva che fosse un delinquente
legato al clan Giuliano.
Siani non si sarebbe accompagnato
con lui in giro. Appunto.
L’elemento della frequentazione
viene valutato dai magistrati inquirenti
in un senso troppo stretto.
Nessun giornalista “frequenta”
le proprie fonti. Né si fa vedere
tanto in giro con loro. Non si gioca
a tennis con le proprie fonti. E
a volte non si prende neanche un
caffè al bar. Bastano una conoscenza
molto superficiale e incontri
sporadici, difficilmente in
pubblico. Nessuno dei familiari
dei giornalisti sa con chi hanno
parlato la mattina o il giorno prima.
È un’assurdità pensare che
un giornalista torni la sera a casa
e confidi a cena di aver parlato
con un mezzo delinquente (o con
un carabiniere o un magistrato)
che potrebbe avere informazioni
importanti.
LA TELEFONATA
LA SERA DELL’OMICIDIO
Un altro elemento che viene usato
per confutare le affermazioni di
Ferrara poggia sulle dichiarazioni
dell’amante di Cautero. Ferrara dice
che quest’ultimo era in piazza
Leonardo la sera dell’omicidio Siani.
Ed è vero. Ogni sera Cautero
chiamava da un telefono pubblico
tale Mariangela Citelli, definita
da Palmeri «una donna di successo
che occupa un posto di rilievo
nella struttura della Montedison e
che, rimasta affascinata dal giovane
napoletano, da lei conosciuto
occasionalmente a Brera, aveva
instaurato con lui da lungo
tempo una relazione amorosa molto
intensa». Alle 21,30 del 23 settembre
1985 Cautero telefona alla
Citelli dall’apparecchio a gettoni
del bar Leti in piazza Leonardo.
Racconta la Citelli: «Ad un certo
punto si sentì un vociare, ed Enzo
mi disse di aspettarlo al telefono
perché andava a vedere che
cosa stava succedendo. Ritornò
dopo circa un minuto (mi ricordo
ancora dei gettoni che cadevano
durante l’attesa) e mi comunicò
che avevano ucciso un ragazzo
della piazza, di cui non mi fece il
nome. Non mi sembrò sconvolto,
e ricordo che continuammo a discutere
ancora un poco delle nostre
cose». Palmeri insiste molto
su questo punto. Se Cautero sapeva
chi era Siani lo avrebbe detto
subito alla sua amante e si sarebbe
mostrato allarmato. Ma Palmeri
non tiene conto di una cosa.
Che il bar Leti si trova dall’altro lato
di piazza Leonardo rispetto all’ingresso
del vialetto (oggi via
Vincenzo Romaniello) dove fu ucciso
Siani. Per arrivare a vedere
l’auto col cadavere bisognava attraversare
la piazza, imboccare il
vialetto, girare a sinistra e presumibilmente,
a questo punto, farsi
largo tra la folla di forze dell’ordine
e curiosi. Cautero non poteva
fare questo in «meno di un minuto
». Quindi Cautero esce sulla soglia
del bar e chiede ai passanti
che gli dicono che è stato ammazzato
un giovane. Difficile che
nell’immediatezza del fatto già potesse
sapere che si trattava di
Giancarlo Siani. Non si capisce
dunque quale importanza rivesta
la testimonianza della Citelli per
confutare la testimonianza di Ferrara.
Che andrebbe invece riletta
attentamente.