mercoledì 26 gennaio 2011

Killer pieni di cocaina e con i fucili a pompa


di Giovanni Cosmo
NAPOLI. Una strage che per oltre
21 anni è rimasta impunita e che
prima che gli ex padrini Sarno
parlassero, era avvolta ancora da
troppe ombre. Anche se, è bene
ricordarlo, uno “007” di razza,
l’allora capo della Squadra Mobile
Francesco Cirillo, aveva avuto
l’intuizione giusta per incastrare
killer e mandanti. L’unica certezza
in mano agli inquirenti era lo
scenario nella quale maturò la
“strage di San Martino”. Gli
equilibri tra i vari clan
diventavano sempre più precari
nella periferia orientale della città
nella seconda metà degli anni
Ottanta. E a Ponticelli, così come a
Barra e a San Giovanni, i boss
cutoliani erano stati soppiantati
da capicosca emergenti, bossragazzini senza scrupoli e con
un’insaziabile sete di potere. E fu
proprio in questa ottica che fu
organizzata la strage di corso
Ponticelli. Erano le 18,55 dell'11
novembre del 1989 quando il
commando di killer dei clan Sarno
e Aprea entrò in azione davanti al
bar “Sayonara”, abituale ritrovo
dei “guaglioni” del clan Andreotti.
I “giustizieri” dovevano punire
l’omicidio di Vincenzo Duraccio,
ex cutoliano e amico di Umberto
De Luca Bossa diventato un
fedelissimo di Ciro “’o sindaco. Il
commando, sei killer più due
autisti, arrivò in corso Ponticelli a
bordo di due automobili: una Fiat
Uno e una Ford Fiesta. Le vetture
sbucarono da via Ulisse
Protagiurleo e si fermarono a
pochi metri dal bar-gelateria. I
killer, armati di un fucile a pompa,
di una lupara e di quattro pistole,
seminarono la morte mentre i due
autisti restarono in macchina ad
aspettare. Umberto De Luca Bossa
si diresse verso Antonio Borrelli e
Vincenzo Meo, unici affiliati al
clan del ras Andrea Andreotti “’o
cappotto”, e cominciò a vomitare
piombo. Borrelli restò a terra
immobile, non era ancora morto.
Meo cercò di scappare ma venne
raggiunto poco dopo, ma anche lui
non morì subito. L’altro gruppo,
quello dei barresi, entrò prima
nella gelateria raccomandando ai
clienti di non uscire in strada. Poi
uscirono dal locale e sparano
all’impazzata colpendo altre
quattro persone, tutti avventori
del bar, freddandoli all’istante.
Erano Salvatore Benaglia,
Gaetano De Cicco, Gaetano Di
Nocera e Domenico Guarracino.
Fu un vero inferno di piombo. Le
vittime vennero “finite” con il
classico colpo di grazia, tutti
colpiti alla testa. Poi i killer
risalirono a bordo della sola Ford
Fiesta, perché la Uno non partì,
facendo perdere le loro tracce. La
Ford Fiesta venne ritrovata
bruciata qualche ora dopo sul
cavalcavia di via Ciccarelli, a
pochi metri dall’abitazione del
boss Giovanni Aprea. Il resto è
storia recente.