mercoledì 26 gennaio 2011

«Quella strage ancora mi pesa»


di Luigi Sannino
NAPOLI. «Non volevo che venissero coinvolte persone innocenti. È una strage che ancora mi pesa». L'eccidio dell'11 novembre
1989 sconvolse persino uno dei
mandanti, il boss oggi pentito Ciro Sarno “’o sindaco”, che così lo
ha raccontato ai pm durante un
interrogatorio. «È uno degli episodi più eclatanti e che ancora mi
pesa, anche in ragione del fatto
che, sebbene sia stato il mandante dell'azione, di certo non volevo gli esiti che poi si sono avuti». L’obiettivo principale dell’agguato, infatti, era Antonio Borelli: un fedelissimo di Andrea Andreotti che, mentre “’o sindaco”
era detenuto, aveva risposto male al fratello Giuseppe “’o mussillo”: «Devi dire a Ciro di fare il carcerato, ragioniamo dopo».
Ciro Sarno ha ricordato la preparazione dell'agguato e c'erano già
le avvisaglie, ha messo a verbale
il 28 agosto 2009, che poteva accadere qualcosa di brutto. «Prima
che i killer partissero venni chiamato da parte da mio cugino Pacifico Esposito, che era preoccupato per il fatto di aver notato che
quelli di Barra erano tutti drogati e quindi poco lucidi per
un'azione del genere. Gli dissi di
non preoccuparsi e diedi il via all'azione».
L'ottimismo, però, si dimostrò
mal riposto. «Le prime notizie che
mi giunsero, portatemi da mio
cugino Esposito Giuseppe, erano
drammatiche per due ordini di ragioni, sia perché mi diceva che
non era stato ucciso nessuno degli uomini dell'Andreotti sia perché mi aggiungeva erano state
uccise persone innocenti. Solo
successivamente si apprese che
invece, era rimasto a terra, oltre a
quattro vittime innocenti, anche
Borrelli Antonio, ed era stato colpito Vincenzo Meo, che morì dopo qualche giorno in ospedale».
Ecco altri passaggi importanti
delle dichiarazioni di Ciro Sarno.
«Il giorno 11 novembre convocai
da me i “barresi” dicendo che
eravamo pronti per l’azione. Con
me c’erano mio fratello Giuseppe, Luigi Piscopo, Esposito Giuseppe “’o maccarone” e Giuseppe Sarno “Caramella”. Dopo che
sopraggiunsero quelli di Barra,
vennero anche Esposito Pacifico
e Sarno Antonio “ciaciariello”.
Luogo dell’incontro furono i locali dell’ex edificio scolastico dove
abitavano e abitano i miei genitori. Da Barra giunsero, già armati
e con le auto da utilizzare per
l’azione, Giovanni e Gennaro
Aprea, De Luca Bossa Umberto,
Vincenzo Acanfora, Pasquale Palombo e Michele Alberto. Il numero di sei non era casuale, in
quanto l’azione era stata programmata in modo tale che quattro persone scendessero armati
dalle auto e due rimassero in attesa alla guida. Fatto sta che
Gennaro Aprea ci disse che
avrebbe provveduto al recupero,
e, quindi, non avrebbe partecipato all’azione. Fu necessario,
pertanto, individuare un’altra persona da mettere alla guida di una
delle due auto. Nel frattempo era
sopraggiunto mio cugino Sarno
Ciro “il piccolino”, a cui diedi l’incarico di mettersi alla guida di
una delle macchine. Quest’ultimo naturalmente, in quanto conosciuto nel rione, fu l’unico ad
agire travisato da un passamontagna»