venerdì 11 febbraio 2011

La mattanza nella “scuola degli orrori”


Nessuno doveva sapere. Nessuno. Non le forze dell’ordine, naturalmente. E
neppure i clan nemici, le altre cosche, che altrimenti avrebbero reagito dando il via a ritorsioni tremende. Tremende almeno quanto quel che accadde
nella “scuola degli orrori”, durante la mattanza del 21 ottobre 1997.
Ci sono alleanze, vere e false, ci sono segreti inconfessabili a tenere insieme
lo scheletro di questi due omicidi. Segreti talmente tanto pericolosi che ci sono voluti quattordici anni e la frantumazione di due clan per far venire fuori
la verità. Una verità tremenda, che dimostra che i Ponticellari non si fermavano davvero davanti a nulla. Non davanti al pericolo di essere smascherati da parte dei clan avversari e dei “falsi amici”, non davanti al pericolo di far
emergere verità inconfessabili che avrebbero certamente scatenato una tremenda guerra. E neanche davanti a un uomo crivellato di colpi ma duro a morire, neppure dinanzi a un cadavere riempito di piombo, accoltellato, dalle ossa spezzate per essere infilato nell’auto che poi di lì a poco si sarebbe trasformata nella propria tomba di fuoco.
Ci sono i pentiti del clan Sarno a raccontare i retroscena di quella tremenda
mattanza, e c’è anche Claudio Sacco a riferire, uomo di punta dei SaccoBocchetti, che sa, che dice, che racconta fatti e misfatti di quegli anni in cui
i Sarno e i De Luca-Bossa sono ancora più o meno saldamente insieme. «Tutti noi lo ricordiamo come un film dell’orrore dice ai magistrati il pentito Raffaele Cirella ricordando i fatti della “scuola degli orrori”. «Non a caso, fino ad
oggi, nel commentare tra noi del clan quella vicenda e nel fare accenno ad
eventuali collaborazioni con la giustizia, eravamo convinti che chiunque
avesse raccontato come sono andati i fatti non sarebbe stato creduto, tanto
incredibile è stata la dinamica delle azioni. Abbiamo partecipato all’azione
circa una decina di noi. A sparare contro le due vittime furono Fabio Caruana e Ferdinando Adamo. Tutti gli altri avevamo il compito di far sparire
le tracce degli omicidi, portando via i cadaveri e ripulendo l’abitazione».
Decine. Furono decine i colpi esplosi. Tubelli morì subito, Maione invece
venne solo ferito. E continuava ad inveire contro i suoi assassini. Non ne voleva sapere di arrendersi, ma i sicari della cosca si erano attrezzati per bene. Addirittura a Romano fu chiesto di procurarsi un coltello dalla salumeria
della suocera nel caso le armi si fossero inceppate: fu proprio quel coltello a
infierire sul corpo agonizzante di Maione. «Continuava a muoversi ed a inveire contro di noi - dice Cirella - mentre Damiano provvedeva a mantenere fermo Maione, Mutone utilizzando un coltello da cucina, infierì contro il
corpo della vittima fino a finirla. Quando le vittime erano ormai morte il luogo del fatto si presentava come una scena dell’orrore, con sangue sia sul pavimento che sulle pareti. Ognuno di noi provvedeva a qualche incombenza,
chi a trascinare i cadaveri nella macchina con cui dovevano essere trasportati, chi a ripulire il pavimento e le pareti che il giorno dopo vennero addirittura tinteggiate di nuovo».