martedì 12 aprile 2011

«Così fu fuso il Pallone d'Oro di Diego» Un pentito: chiese aiuto, arrivai tardi

 I rapporti con Diego Armando Maradona, le amicizie pericolose del «Pibe» a Napoli, le intercessioni della camorra per favorire al campione argentino la restituzione di numerosi orologi, ma soprattutto il caso del Pallone d’Oro, che gli venne rubato nel 1989.

C’è questo e molto altro ancora nei verbali che riassumono le dichiarazioni di Salvatore Lo Russo, ex potentissimo boss oggi collaboratore di giustizia. Duecentosessantasei pagine che scottano. Documenti che ricostruiscono la storia criminale di Napoli e che rivelano una storia inedita: quella del furto al caveau della Banca della Provincia di via Guglielmo Sanfelice. Pagine piene di «omissis», e tanto basta a ipotizzarne la delicatezza dei contenuti.

L’ex boss del clan dei «Capitoni» ha rivelato ai pm della Dda di Napoli Sergio Amato ed Enrica Parascandolo anche i retroscena sul business del calcio scommesse. I ricordi sono nitidi, netti, quasi si trattasse di ricostruire fatti accaduti ieri. Lo Russo torna indietro nel tempo: siamo alla fine anni ’80. Napoli ha il suo nuovo eroe giunto dall’Argentina via Barcellona per far sognare la piazza del tifo calcistico: Diego Maradona.

«Diventai molto amico di Diego Maradona - riferisce Salvatore Lo Russo - Frequentava spesso casa mia perché diceva di trovarsi bene in mia compagnia e solo in un paio di occasioni mi ha chiesto se potevo procurargli della cocaina per uso personale. Anche negli anni successivi ho conosciuto molti calciatori ma non li ho mai coinvolti in nulla». A far conoscere Maradona al boss dei «Capitoni» furono Pietro Pugliese (poi pentito) ed un noto capotifoso ultrà. Quando, nel 1989, la banda del buco compì il clamoroso colpo alla Banca della Provincia portando via, tra i gioielli, anche il trofeo vinto dal Pibe de oro nel 1986, oltre ad una ventina di preziosi orologi, fu proprio Lo Russo a interessarsi di recuperare la refurtiva.

Il collaboratore lo ricorda in uno dei suoi primi interrogatori da pentito, datato 20 ottobre 2010: «Feci recuperare a Maradona gli orologi tramite “Peppe ’o biondo” che li trovò presso i Picuozzi (gli uomini del clan Mariano, ndr) dei Quartieri Spagnoli». Ma che fine fece il Pallone d’oro? Finì fuso. La camorra ne fece lingotti.

Lo Russo racconta di aver provato persino a pagare pur di favorire che il prestigioso trofeo ritornasse nelle mani del campione : «Ma non fu possibile recuperarlo perché lo avevano già fuso. Mandai anche ai Quartieri una somma di 15 milioni di lire che però mi venne restituita dal momento che il trofeo non c’era più. Ricordo, inoltre, che tra gli orologi che mi mandarono ce n’era uno che non apparteneva a Maradona e questi non volle tenerlo per sé, tanto che lo regalai a un affiliato». I legami tra i Lo Russo e i clan di camorra del centro storico erano intrecciati anche da altri interessi comuni: a cominciare dal business delle scommesse clandestine. L’ex boss dei «Capitoni», che usava organizzare i summit sul suo yacht privato e che durante le feroci faide a Scampia e alla Sanità ha fatto da garante con i capi della cupola nelle trattative per la «pax» mafiosa, spiega come era gestito l'affare.

«Me ne sono occupato sin dagli anni ’80 - ammette - In quel periodo ero io a fare le quote distribuite in tutta Napoli». Spiega che la puntata minima per le scommesse sulle partite di calcio era di mille euro e che si arrivavano a raccogliere giocate per importi elevatissimi, fino a 500mila euro, un miliardo delle vecchie lire. Lo Russo cita un episodio: gli Europei del 1996. «Poiché nessuno bancò la partita Italia-Germania, lo feci io e raccolsi circa 970 milioni delle vecchie lire».