mercoledì 18 aprile 2012

La lunga agonia di don Raffaele Cutolo

Sono quarantadue anni che Raffaele Cutolo,unico caso in Italia e detenuto con l'unica consapevolezza di finire i suoi giorni in carcere.Da oltre
Vent'anni lo tengono segregato nel più cupo isolamento,eppure e l'unico capocamorra che con grande dignità sta scontando interamente gli ergastoli collezionati nel corso della sua travagliata storia giudiziaria.Eppure la sua figura,il suo personaggio e il grande carisma ne hanno fatto uno dei boss più folcloristici di tutta Napoli,e' stato un boss spietato,ha ordinato centinaia di omicidi,eppure oggi e' una persona radicalmente cambiata,stanco,esausto dall'età avanzata e afflitto da diverse patologie anche gravi.Eppure nessuno osa pronunciare il suo nome,nessuno denuncia il suo stato di salute incompatibile con il regime carcerario applicato visto anche l'età avanzata.Sembra quasi che intorno alla sua persona,alla sua storia regni un tacito accordo che ha come unico scopo quello di far di tutto affinché il suo nome venga dimenticato insieme alla sua storia.Neutralizzare il suo sapere su apparati statali servizi segreti e camorra che negli anni 80 si coalizzarono per salvare la vita
a Ciro Cirillo assessore fedelissimo di gava.Una storia passata,che non ha
niente a che vedere con il cutolo di oggi,vecchio,malato e depresso che come unico desiderio,ha chiesto di poter finire gli ultimi giorni della sua vita a casa sua,insieme alla moglie e la figlia concepita tramite inseminazione artificiale.Anche su questo Raffaele Cutolo ha battuto ogni record,infatti e' stato il primo ergastolano in Italia che dopo una estenuante battaglia giudiziaria si e visto riconosciuto il diritto di diventare padre,attraverso l'inseminazione artificiale.Per dovere di cronaca e' doveroso ricordare che anche Luigi
Vollaro detto o califfo e detenuto da quasi trent'anni anche lui in regime di 41bis,e anche lui e campano anche lui un boss e anche lui e' un vacchio di quasi novant'anni che suo malgrado uscirà anche lui morto dall'interno delle nostre carceri.