venerdì 11 maggio 2012

Colpo ai Lo Russo, 2 secoli di carcere


Una sentenza che infligge circa due secoli di carcere. È il
clan Lo Russo, alla sbarra per traffico di droga, associazione camorristica ed estorsione aggravata dal
metodo mafioso. Un clan capace di
trafficare droga ai massimi livelli,
ma anche di imporre tangenti a imprenditori e commercianti e controllare capillarmente il territorio. E
così, in 51 il 4 novembre del 2010
hanno ricevuto una corposa ordinanza di custodia cautelare in carcere per aver contribuito alle fortune del gruppo di mala originario di
Miano. Tra essi ci sono anche un
ispettore del lavoro della Asl, che
però non risponde del reato associativo, e il pentito Mariano Grimaldi, principale accusatore degli
ex “compagni” e premiato per questo con la concessione degli arresti domiciliari in località segreta.
Da un anno circa comunque è sotto protezione. Sono stati gli investigatori della sezione antiestorsione della Squadra mobile della
Questura di Napoli (agli ordini del
dirigente Vittorio Pisani e coordinati dal vice questore Fulvio Filocamo) a condurre le indagini con il
coordinamento della Dda partenopea. Nel mirino c’era il clan Lo Russo, in particolare luogotenenti e
gregari impegnati a chiedere tangenti e trafficare droga  tra Piscinola, Miano, Chiaiano e Marianella. Tra gli arrestati, spiccano i nomi
di Gaetano Tipaldi detto “Nanà”,
dei cugini Perfetto (imparentati con
il ras Raffaele, braccio destro di Salvatore Lo Russo) e di Oscar Pecorelli “’o malox”. Mentre era uno specialista delle estorsioni Giovanni Di
Vaio. Il bilancio dell'operazione
comprende, su 56 misure cautelari emesse, soltanto 5 latitanti.
Le indagini sono durate tre anni e
si sono avvalse di strumenti tradizionali, come intercettazioni ambientali e telefoniche e le riprese
video dei luoghi di spaccio e di dichiarazioni di privati cittadini e collaboratori di giustizia. È stata così
monitorata la gestione di una piazza di spaccio nel rione Don Guanella in contemporanea agli accertamenti su un giro di usura ed
estorsione ai danni di imprenditori e privati cittadini.
Alcuni degli arrestati si occupavano esclusivamente dell'abusivismo
edilizio tra Chiaiano e Piscinola,
con la complicità dei “caschi bianchi” del Comune di Napoli: imponendo proprie imprese edili di riferimento e costringendo le vittime
a pagare una tangente in denaro
nel caso si intendesse realizzare
una costruzione senza permessi
edilizi.
Un capitolo dell’inchiesta è dedicato alla presunta corruzione del
personale della Polizia Municipale
preposto alla repressione dell’abusivismo. Secondo l'accusa avrebbero indicato agli uomini del clan
gli abusi per poi ritardare o addirittura non eseguire i controlli dovuti